
di Angelo Giorgianni
I provvedimenti adottati dopo la morte di una bambina per sospetta difterite impongono una domanda: siamo ancora in uno Stato di diritto o stanno trasformando l’emergenza in alibi per allargare il potere di controllo sui cittadini?
C’è un momento, nella vita di una democrazia, nel quale anche chi ha sempre sostenuto la necessità di far rispettare la legge deve fermarsi e chiedere: attenzione, siamo ancora dentro lo Stato di diritto oppure stiamo trasformando l’emergenza in un alibi per allargare indefinitamente il potere di controllo? A Palermo questo momento è arrivato. Una bambina di quattro anni è morta dopo una diagnosi di difterite; la magistratura sta indagando; i genitori sono stati iscritti nel registro degli indagati e sono in corso accertamenti sanitari, autoptici ed epidemiologici. È una tragedia immensa. Ma proprio perché è una tragedia non può diventare il pretesto per sospendere, neppure culturalmente, le regole fondamentali dello Stato di diritto. E invece apprendiamo che la Procura per i minorenni ha disposto una verifica nelle scuole materne ed elementari della zona nord di Palermo e che i Carabinieri dovrebbero acquisire informazioni sugli alunni non in regola con gli obblighi vaccinali. La notizia è stata presentata dalla stampa come una vera e propria «caccia» agli elenchi degli alunni non vaccinati.
La ‘fede’ nella medicina non autorizza nessuno a trasformare il dissenso in un reato morale e il cittadino dubbioso in un soggetto da sorvegliare
Io non sono un osservatore neutrale di questa vicenda. Sono stato e sono tra coloro che, a livello internazionale, hanno assunto una posizione critica radicale nei confronti delle politiche vaccinali e soprattutto del modello di imposizione sanitaria affermatosi durante l’emergenza Covid. Non rinnego quella battaglia. Anzi, rivendico il diritto di aver posto domande quando porre domande significava essere insultati, delegittimati, espulsi dal perimetro del dibattito pubblico e liquidati con l’etichetta di «no vax». Ma proprio perché conosco dall’interno quella stagione, so anche che oggi dobbiamo essere ancora più rigorosi. Una posizione critica sui vaccini non autorizza nessuno a negare aprioristicamente ogni realtà scientifica. Ma, simmetricamente, la fede nella medicina non autorizza nessuno a trasformare il dissenso in un reato morale, la perplessità in una patologia e il cittadino dubbioso in un soggetto da sorvegliare. La questione di Palermo non è dunque soltanto vaccinale. È una questione di libertà, di proporzionalità e di limiti del potere pubblico.
Perché, per verificare il rispetto di un obbligo vaccinale, devono entrare in scena i Carabinieri nelle scuole?
Partiamo da un dato che non può essere manipolato: in Italia esiste un obbligo vaccinale. La legge n. 119 del 2017 ha previsto un sistema preciso per verificarne il rispetto. Le scuole trasmettono gli elenchi degli iscritti alle ASL; le Aziende Sanitarie verificano le posizioni vaccinali e restituiscono agli istituti l’indicazione dei soggetti non in regola; le scuole invitano i genitori a produrre la documentazione; successivamente la documentazione e le eventuali omissioni vengono nuovamente trasmesse alle ASL, che procedono agli adempimenti di competenza. Questo è un punto decisivo. Il Legislatore non ha lasciato un vuoto. Ha costruito una procedura amministrativa specifica. Ha individuato i soggetti competenti. Ha stabilito flussi informativi, tempi e conseguenze. E allora la domanda diventa inevitabile: perché, per verificare il rispetto di un obbligo vaccinale, devono entrare in scena i Carabinieri nelle scuole? Qual è esattamente l’attività di polizia giudiziaria che deve essere compiuta? Qual è il reato oggetto dell’indagine? Quale specifica delega è stata conferita? Quali dati devono essere acquisiti? Perché devono essere acquisiti direttamente dai militari? Perché non è sufficiente il circuito istituzionale già previsto dalla legge tra scuola, ASL e anagrafe vaccinale?
L’alibi della “buona ragione”. L’interesse del minore comprende anche il diritto a non essere trasformato in un oggetto di controllo indiscriminato
Non sono domande ideologiche. Sono domande giuridiche. E chiunque abbia studiato diritto sa che quando l’autorità pubblica incide nella sfera dei cittadini, soprattutto quando si tratta di dati sanitari relativi a minori, non basta dire «lo facciamo per una buona ragione». Occorre una base giuridica precisa, una finalità determinata, una competenza individuata e soprattutto una misura proporzionata allo scopo. Il dato vaccinale, infatti, riguarda la salute. E il Garante per la protezione dei dati personali ha più volte sottolineato la particolare delicatezza di queste informazioni, arrivando ancora nel 2025 a intervenire su una violazione relativa alla comunicazione di informazioni sullo stato vaccinale di minori. E allora qualcuno dovrebbe spiegare ai cittadini perché una procedura amministrativa già disciplinata dalla legge debba trasformarsi in un’operazione di polizia. Perché una scuola debba diventare il luogo nel quale un bambino viene identificato anche in relazione alla sua posizione vaccinale attraverso un’attività investigativa. Perché una tragedia individuale debba produrre una verifica «a tappeto» su altri bambini. Non basta invocare l’interesse superiore del minore. L’interesse del minore comprende anche il diritto a non essere trasformato in un oggetto di controllo indiscriminato. Comprende il diritto alla riservatezza. Comprende il diritto a non essere marchiato davanti ai compagni. Comprende il diritto a vivere la scuola come luogo educativo e non come anticamera di un procedimento di polizia.
Il ruolo della polizia giudiziaria
Attenzione: non sto dicendo che i Carabinieri non possano mai occuparsi di una vicenda nella quale siano coinvolti minori. Sarebbe assurdo. La Procura minorile dispone di competenze penali e civili e può avvalersi della polizia giudiziaria quando ciò sia necessario alle proprie attività. La stessa organizzazione delle Procure minorili prevede sezioni di polizia giudiziaria e deleghe investigative. Ma proprio per questo la domanda diventa ancora più stringente: quale specifico presupposto investigativo giustifica questa attività? Perché una cosa è delegare alla polizia giudiziaria l’accertamento di una concreta situazione di pregiudizio per un determinato minore. Altra cosa è utilizzare la polizia giudiziaria per passare al setaccio un’intera popolazione scolastica alla ricerca di bambini non vaccinati. Nel primo caso c’è un’indagine individualizzata. Nel secondo rischiamo di avere un controllo generalizzato. E questa differenza, in uno Stato costituzionale, non è un dettaglio. È tutto.
Il sospetto non può diventare una categoria giuridica
Se l’obiettivo è semplicemente individuare chi non ha adempiuto all’obbligo vaccinale, la legge indica già il percorso: scuola, ASL, documentazione, contestazione dell’inadempimento, conseguenze previste dall’ordinamento. Se invece esiste un’indagine penale o civile sulla responsabilità genitoriale, allora devono essere individuati i presupposti concreti che collegano ciascuna posizione familiare a una situazione di effettivo pregiudizio per il minore. Non può essere sufficiente appartenere alla categoria dei «non vaccinati». Altrimenti il sospetto diventa categoria giuridica. E quando il sospetto diventa categoria giuridica, lo Stato di diritto comincia a perdere pezzi.
Le eventuali omissioni dovranno essere accertate in un processo, non dalla propaganda
Ma c’è un’altra questione che non può essere rimossa con il solito riflesso condizionato: «È morto un bambino, quindi non avete il diritto di dubitare». No. È esattamente il contrario. È proprio davanti alle tragedie che il diritto deve diventare più rigoroso. La bambina è morta. La difterite è una malattia seria. La vaccinazione costituisce uno strumento di prevenzione riconosciuto e l’Italia ne ha previsto l’obbligatorietà. Tutto questo non è in discussione. Ma da questi dati non discende automaticamente una responsabilità penale dei genitori. La Procura sta ancora ricostruendo la vicenda. Sono stati acquisiti atti sanitari e sono in corso accertamenti. L’autopsia e gli altri elementi dell’indagine dovranno chiarire cause e responsabilità. E allora basta con i processi anticipati. Basta con l’equazione «non vaccinato uguale criminale». Basta con l’idea che la morte di una bambina consenta di saltare tutti i passaggi della prova. Se emergeranno responsabilità, dovranno essere perseguite. Se emergeranno omissioni, dovranno essere accertate. Ma sarà il processo, non la propaganda, a stabilirlo.
La diffidenza non è complottismo
E qui arrivo a un punto sul quale non accetto lezioni: la diffidenza. La diffidenza dei cittadini verso le istituzioni sanitarie non nasce dal nulla. È stata alimentata da anni di comunicazione spesso dogmatica, da decisioni politiche adottate durante l’emergenza Covid, da contraddizioni, da errori ammessi, da interrogativi rimasti aperti e da un dibattito pubblico nel quale per lungo tempo chi poneva domande veniva semplicemente classificato come «no vax». Oggi esiste una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza sanitaria Covid-19, che ha acquisito e continua ad acquisire documentazione e testimonianze su quelle vicende. E proprio questo dovrebbe insegnarci qualcosa: una democrazia non ha paura delle domande. Non ha paura della verifica. Non ha paura di scoprire che alcune decisioni erano corrette e altre sbagliate. Non ha paura di verificare gli effetti avversi, i sistemi di farmacovigilanza, le modalità con cui furono comunicate le informazioni, le pressioni istituzionali e le scelte adottate. Dunque la diffidenza non è necessariamente complottismo. La diffidenza, quando è accompagnata dalla richiesta di prove, dati e trasparenza, è una componente fisiologica della democrazia.
La fiducia nelle istituzioni non si guadagna con la militarizzazione e con la richiesta ai cittadini di cieca obbedienza, com’è avvenuto durante la stagione del Covid
Il cittadino non è obbligato a fidarsi ciecamente dell’autorità. L’autorità ha il dovere di meritare la fiducia. E qui c’è il vero paradosso di Palermo. Se le istituzioni vogliono recuperare fiducia, non possono farlo attraverso la militarizzazione simbolica della questione vaccinale. Non possono rispondere alla diffidenza con la paura. Non possono dire ai cittadini: «Non discutere, obbedisci, perché altrimenti arrivano i Carabinieri». Perché così facendo otterrebbero esattamente l’effetto contrario. Alimenterebbero la convinzione che dietro l’obbligo sanitario vi sia un progetto di controllo sociale. E questo sarebbe un gravissimo errore anche dal punto di vista della salute pubblica. La salute si tutela con la credibilità, non con l’intimidazione. Si tutela convincendo, informando, ascoltando, curando, rendendo trasparenti i dati. Si tutela facendo funzionare i servizi sanitari e territoriali. Si tutela accertando anche gli errori della sanità quando vi sono dubbi, senza trasformare automaticamente il medico in un colpevole e senza trasformare automaticamente il genitore in un criminale.
La deriva linguistica: un esempio di informazione che fa rabbrividire!
È poi intollerabile la deriva linguistica che sta accompagnando questa vicenda. «Caccia». «Scovare». «Nel mirino». «Operazione a tappeto». Sono parole che possono sembrare innocue quando vengono usate da un giornale. Non lo sono. Perché costruiscono un immaginario nel quale il bambino non vaccinato smette di essere un minore con una posizione sanitaria da verificare e diventa un bersaglio. La famiglia non è più una famiglia con un eventuale inadempimento da contestare: diventa una famiglia da stanare. E il dissenso non è più un’opinione da confutare: diventa un nemico da neutralizzare. Questo linguaggio è incompatibile con una società libera. Io continuerò a difendere il diritto di mettere in discussione le politiche vaccinali. Continuerò a chiedere trasparenza sugli effetti avversi. Continuerò a sostenere che la medicina non può diventare una religione e che la scienza non può essere utilizzata come un manganello ideologico.
Il ruolo della Giustizia e i limiti dello Stato
Ma proprio per questo difenderò anche il diritto delle istituzioni a far rispettare le leggi, quando sono leggi valide e costituzionalmente legittime. La mia battaglia non è contro la legge. È contro l’arbitrio. Non è contro i Carabinieri. È contro l’uso improprio del potere di polizia. Non è contro la tutela dei bambini. È contro l’idea che per tutelarli sia necessario sottoporre indiscriminatamente i loro dati sanitari a un controllo investigativo. E soprattutto non è una battaglia per difendere chi viola la legge. È una battaglia per impedire che, dietro la parola «emergenza», lo Stato dimentichi i propri limiti. Se esiste un provvedimento della Procura, lo si renda pubblico nei suoi presupposti essenziali. Si spieghi quale norma consente l’acquisizione dei dati. Si spieghi quale finalità investigativa la rende necessaria. Si spieghi perché il procedimento ordinario scuola-ASL previsto dalla legge non sarebbe sufficiente. Si chiarisca quali categorie di dati saranno trattate, da chi e per quanto tempo. Si garantisca che nessun bambino venga stigmatizzato. Si dimostri che l’intervento è necessario, adeguato e proporzionato.
Le scuole non possono diventare luoghi nei quali lo Stato entra a cercare bambini da classificare, famiglie da sorvegliare e cittadini da educare attraverso la paura
Questo è ciò che chiederei da cittadino e, ancora di più, da giurista. Perché se tutto è regolare, non ci sarà nulla da temere dalla trasparenza. Se invece qualcuno pretende che basti evocare la morte di una bambina per giustificare qualunque forma di controllo, allora bisogna dire di no. Mille volte no. La morte di una bambina merita verità, non vendetta. Merita un’indagine seria, non una campagna. Merita giustizia, non un capro espiatorio. E soprattutto non può diventare il lasciapassare per trasformare le scuole italiane in luoghi nei quali lo Stato entra a cercare bambini da classificare, famiglie da sorvegliare e cittadini da educare attraverso la paura. Una democrazia forte non ha bisogno di cacciare i propri cittadini. Ha bisogno di convincerli. E quando non riesce più a convincerli, dovrebbe interrogarsi prima di tutto sulle ragioni per cui ha perso la loro fiducia.








