Il ‘caso’ Fabrizio Corona: quando il Sistema decide chi può parlare (e chi deve essere messo a tacere)

di Angelo Giorgiani

Meta, Google e la paura

Il caso di Fabrizio Corona (foto sopra tratta da Wikipedia) è una di quelle storie che rivelano più del necessario, perché fanno saltare i meccanismi di protezione che di solito tengono al riparo il cuore del potere. Una storia che non ha l’eleganza dei comunicati ufficiali, né la pulizia delle narrazioni scritte a tavolino. Una storia che sgorga da una frattura improvvisa, da un corto circuito, da una paura. Perché solo la paura spiega la velocità con cui Meta e Google hanno cancellato la sua voce dallo spazio pubblico.

La sopravvivenza di un sistema medistico in gioco

Di solito le piattaforme sono lente, macchinose, distratte. Lasciano marcire per anni account fasulli, contenuti tossici, reti di truffatori. Intervengono con gravissima parsimonia su campagne di odio organizzate, su manipolazioni politiche evidenti, su pornografia non consensuale. Ma l’intervento contro Corona è stato un fulmine. Nessun preavviso, nessuna gradualità, nessun processo. Un clic e via. Cancellato. Non sospeso: eliminato. Come se dovesse sparire una traccia compromettente, non un profilo. Questo basta per capire che qui non era in gioco la “moderazione dei contenuti”: era in gioco la sopravvivenza di un ecosistema mediatico ben più potente del digitale, la sua compattezza, la sua capacità di controllare il racconto di sé stesso.

Il potere dell’etere

Perché Corona non stava parlando di attori marginali o influencer passeggeri: stava toccando le figure che reggono l’impalcatura narrativa dell’universo Fininvest, i volti che da decenni occupano la scena dell’intrattenimento nazionale e ne orientano l’immaginario. Nomi che non si limitano a “condurre programmi”, ma che costruiscono fedeltà, plasmano percezioni, generano consenso. Uomini e donne che rappresentano l’ossatura di un potere simbolico che in Italia vale tanto quanto, se non più, di un ministero. E quando quella struttura viene anche solo sfiorata, il sistema reagisce come un organismo vivente: chiudendo la falla prima che la crepa diventi voragine.

Per certi versi la replica, adattata al nuovo scenario, della censura che abbiamo vissuto durante la pandemia

Corona, con il suo modo spesso scomposto, non stava facendo un’inchiesta nel senso tradizionale; ma aveva acceso una luce in un punto dove nessuno avrebbe dovuto guardare. E contro le luci improvvise il potere reagisce sempre allo stesso modo: spegnendole. La gente lo ha intuito senza bisogno di analisi. Perché in Italia c’è un sesto senso molto sviluppato per le manovre improvvise: quando tutto avviene troppo in fretta, significa che c’è qualcosa che non deve emergere. L’opinione pubblica ha riconosciuto il rumore metallico del cancello che si chiude, non quello della giustizia che si applica. E non si può capire questo caso se non lo si inserisce nella storia recente della censura “d’emergenza”, quella che non ha più il volto dello Stato, ma quello delle piattaforme. L’abbiamo vista durante la pandemia: non un portavoce che smentiva, non un ministro che replicava, ma algoritmi e moderatori che punivano in anticipo quello che poteva turbare la narrativa ufficiale. Bastava un dubbio, una statistica discordante, un’analisi troppo puntuale sulla gestione del potere, e la risposta era la stessa: eliminare il contenuto, sospendere l’account, silenziare.

Corona ha toccato i fili dellalta tensione del potere

Quella stagione non è mai finita: si è solo trasformata. La pandemia è stata il grande laboratorio in cui il potere ha scoperto che non serve più un organo formale per censurare, basta una piattaforma. Basta un algoritmo programmato a difendere l’equilibrio del momento. Basta una segnalazione autorevole. È una censura de-responsabilizzata: nessuno firma, nessuno risponde, nessuno spiega. È perfetta. E il caso Corona è la ripetizione di quello schema, applicato però non alla politica o alla scienza, ma all’informazione-spettacolo, al suo lato più redditizio e più vulnerabile. Perché qui c’era il rischio di scalfire un’immagine, incrinare un palinsesto, disturbare la serenità di volti che il sistema non può permettersi di vedere sotto una luce ambigua. In un Paese dove il mercato televisivo è ancora una colonna portante dell’influenza sociale, toccare quei nomi significa toccare i fili dell’alta tensione. E il sistema, davanti all’alta tensione, non lascia accadere nulla per caso.

E’ il silenzio imposto a Fabrizio Corona il centro vero di questa storia

La rapidità con cui è stato chiuso Corona è la prova plastica di questo. Non hanno aspettato verifiche, non hanno preteso contraddittorio, non hanno permesso appello. Hanno spento, perché non era importante stabilire la verità delle sue affermazioni: era importante evitare il rischio che quel racconto proseguisse. E qui sta il punto decisivo: il potere non zittisce chi mente. Chi mente non fa paura a nessuno. Il potere zittisce chi potrebbe, anche solo per errore, dirne una giusta. Chi potrebbe aprire una crepa. Chi potrebbe mostrare un dettaglio che non doveva essere mostrato. Non importa se questo avviene con uno stile confuso, borderline, perfino discutibile. Importa ciò che si stava sfiorando. Importa che, per un istante, una voce non allineata ha intravisto qualcosa che non doveva essere visto. E allora non è Corona il centro di questa storia. È il silenzio che lo ha inghiottito. È la disinvoltura con cui gli è stato tolto il diritto di parola. È la naturalezza con cui oggi si considera normale che una voce venga spenta da un algoritmo, senza processo, senza difesa, senza diritto.

Ormai la verità si impone cancellando chi disturba

Se un sistema riesce a far tacere un uomo con questa facilità, può farlo con chiunque. Può farlo con chi parla di politica, di vaccini, di televisione, di economia, di guerra, di dissenso. Può farlo persino con chi non ha ancora parlato. La domanda che questo caso ci lascia non riguarda lui, né la fondatezza delle sue accuse. Riguarda ciò che siamo diventati: una società in cui la verità non si conquista più nel conflitto delle idee, ma si impone cancellando chi disturba. Oggi hanno spento Corona. Domani spegneranno qualcuno che non conoscete. E dopodomani, se servirà, potrebbero spegnere voi.

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