di Angelo Giorgianni

Il dubbio, le pressioni, le polemiche
Per anni il Ponte sullo Stretto è stato il vessillo politico di Matteo Salvini e una delle principali bandiere dell’attuale Governo. Non una semplice infrastruttura, ma il simbolo stesso della presunta rinascita del Mezzogiorno. Attorno ad esso sono stati costruiti slogan, campagne mediatiche, promesse di sviluppo, annunci di migliaia di posti di lavoro e una narrazione quasi salvifica secondo cui il futuro della Sicilia e della Calabria sarebbe dipeso dalla realizzazione dell’opera. Oggi però quella narrazione si scontra con una realtà molto più inquietante. L’inchiesta della Procura di Roma non investe soltanto alcune persone indagate. Colpisce direttamente il cuore politico dell’operazione Ponte e pone una domanda che il Governo continua ostinatamente ad evitare: perché attorno all’opera più propagandata d’Italia continuano ad accumularsi ombre, pressioni, polemiche e adesso perfino il sospetto di tentativi di influenzare uno dei principali organi di controllo dello Stato?
Il confronto su tale opera non è stato trasparente
L’oggetto delle indagini è di una gravità straordinaria. La Procura sta verificando l’esistenza di presunti tentativi di influenzare la Corte dei Conti e di neutralizzare i rilievi formulati dalla magistratura contabile sulla delibera CIPESS relativa al Ponte.
Se tali ipotesi dovessero trovare conferma, non ci troveremmo davanti a semplici irregolarità amministrative. Ci troveremmo davanti al tentativo di piegare un organo indipendente dello Stato alle esigenze di un progetto politico che il governo considera intoccabile. Ed è proprio qui che emerge la responsabilità politica dell’esecutivo. Nessuno può sostenere seriamente che il clima creato attorno al Ponte sia stato quello di un confronto libero, trasparente e aperto. Per anni il Governo e la maggioranza hanno trasformato l’opera in una bandiera ideologica.
Da infrastruttura a strumento di propaganda
Chiunque sollevasse dubbi veniva dipinto come nemico del progresso. Chi chiedeva verifiche veniva accusato di voler bloccare il futuro del Sud. Chi poneva questioni economiche, finanziarie, ambientali o infrastrutturali veniva spesso liquidato come un sabotatore. Invece di favorire il confronto, si è cercato di costruire consenso. Invece di rispondere alle critiche, si è preferito delegittimarle. La verità è che il Ponte è stato trasformato in uno straordinario strumento di propaganda. Il Governo lo ha utilizzato come simbolo della propria capacità di fare ciò che altri non avevano fatto. Ma proprio questa ossessione politica ha finito per produrre l’effetto opposto. Quando un’opera pubblica diventa una questione di prestigio personale e di sopravvivenza politica, il rischio è che tutto il resto passi in secondo piano: i controlli, le verifiche, i dubbi tecnici e persino la prudenza istituzionale.
Le promesse e le chimere
Eppure le domande rimangono tutte senza risposta. Come può essere considerata una priorità assoluta un’opera destinata ad assorbire decine di miliardi di euro mentre Sicilia e Calabria continuano a soffrire una devastante arretratezza infrastrutturale? Come si può parlare di alta velocità sullo Stretto quando gran parte della rete ferroviaria siciliana resta incompatibile con qualsiasi standard europeo moderno? Come si può parlare di rinascita del Sud mentre migliaia di giovani continuano ogni anno ad abbandonare la propria terra? Come si può sostenere che il Ponte rappresenti il futuro quando il presente continua ad essere caratterizzato da carenze nei trasporti, nella sanità, nelle infrastrutture e nei servizi essenziali?
Un totem politico da difendere a ogni costo
Il Governo non ha mai fornito una risposta convincente. Ha preferito sostituire l’analisi con la propaganda. Ha preferito gli slogan alle spiegazioni. Ha preferito trasformare il Ponte in una sorta di totem politico da difendere ad ogni costo.
Ma c’è un altro aspetto che rende questa vicenda ancora più inquietante. Attorno al Ponte non ruotano soltanto cemento, acciaio e cantieri. Ruotano decine di miliardi di euro. Ruotano migliaia di future assunzioni. Ruotano centinaia di incarichi professionali. Ruotano consulenze, studi, progettazioni, affidamenti e collaborazioni. In altre parole ruota una massa di risorse economiche capace di influenzare profondamente gli equilibri politici ed economici di Sicilia e Calabria per molti anni.
Le domande ancora senza risposta
Ed è proprio qui che si inserisce una preoccupazione sempre più diffusa. In numerosi ambienti politici, amministrativi e associativi del Mezzogiorno si parla apertamente del rischio che il Ponte possa trasformarsi in una gigantesca macchina clientelare. Non si tratta di fatti accertati giudiziariamente. Ma sarebbe ingenuo ignorare il problema. La storia italiana è ricca di opere pubbliche trasformate in strumenti di costruzione del consenso attraverso la distribuzione di incarichi, consulenze, nomine e opportunità economiche. In territori segnati da elevata disoccupazione e da una forte dipendenza dalla spesa pubblica, la prospettiva di migliaia di posti di lavoro rappresenta inevitabilmente uno strumento di influenza politica enorme. Quando una parte significativa delle aspettative economiche di un territorio viene concentrata attorno a un’unica opera, il confine tra sviluppo e costruzione del consenso diventa estremamente fragile. Ed è qui che il silenzio del Governo diventa ancora più grave. Chi controllerà realmente le assunzioni? Con quali criteri verranno assegnati gli incarichi? Chi garantirà che le consulenze siano attribuite per merito e non per appartenenza politica? Chi impedirà che il Ponte diventi il centro di una gigantesca rete di relazioni, favori e fedeltà costruita attorno alla distribuzione di denaro pubblico?
La costruzione di un sistema di potere
Su questi temi il Governo non risponde. Preferisce continuare a raccontare il Ponte come un sogno collettivo mentre evita accuratamente di affrontare i rischi che inevitabilmente accompagnano un’opera di tale portata. L’inchiesta della Procura di Roma arriva dunque nel momento peggiore possibile per l’esecutivo. Arriva quando il Ponte è stato trasformato nella principale bandiera politica della maggioranza. Arriva quando il Governo ha investito gran parte della propria credibilità su quest’opera. Arriva quando la narrazione della rinascita del Sud comincia a scontrarsi con la realtà di un Mezzogiorno che continua a perdere popolazione, imprese e competitività. Naturalmente sarà la magistratura a stabilire se le accuse siano fondate. Ma sul piano politico il danno è già enorme. Perché ogni nuova rivelazione rafforza il sospetto che attorno al Ponte non si stia costruendo soltanto un’infrastruttura. Si stia costruendo un sistema di potere.
Un intreccio di potere e di poteri
Ed è forse questa la vera questione che il Governo teme. Perché se il Ponte dovesse essere ricordato non come l’opera della rinascita del Sud ma come il simbolo di un intreccio tra potere politico, interessi economici, pressione sugli organi di controllo e costruzione del consenso attraverso la gestione di enormi risorse pubbliche, allora crollerebbe l’intera narrazione costruita in questi anni. E con essa crollerebbe anche la credibilità di chi aveva promesso di cambiare l’Italia e rischia invece di lasciare in eredità l’ennesimo gigantesco sistema alimentato dal denaro dei contribuenti.








