In Sicilia la protesta pacifica non fa notizia. Ma attenti a spingere un popolo all’esasperazione

di Angelo Giorgianni

Possibile che per ottenere attenzione si debba arrivare a bloccare il Paese?

C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un sistema dell’informazione che sembra accorgersi delle proteste sociali soltanto quando diventano eclatanti, quando si annunciano blocchi dei trasporti, quando si temono ripercussioni sulle forniture di merci e carburanti o quando si verificano episodi di tensione e danneggiamento. Nel frattempo, in Sicilia, numerosi presidi agricoli, con uomini e donne che protestano pacificamente e disciplinatamente per difendere il proprio lavoro e la sopravvivenza delle proprie aziende, rischiano di rimanere ai margini del racconto pubblico. Possibile che per ottenere attenzione si debba arrivare a bloccare il Paese? Possibile che una protesta venga considerata degna di interesse soltanto quando crea un disagio immediatamente percepibile, mentre chi manifesta civilmente può essere ignorato senza conseguenze?

Tra il prezzo riconosciuto agli agricoltori e quello pagato dal cittadino esiste una questione economica che merita risposte serie, non slogan

Gli agricoltori siciliani non protestano per capriccio. Protestano perché produrre costa sempre di più, perché il carburante agricolo pesa sui bilanci aziendali, perché i prezzi riconosciuti ai produttori spesso non compensano adeguatamente i costi sostenuti e perché diventa sempre più difficile garantire la continuità delle attività agricole. Dietro ogni presidio ci sono aziende, famiglie, lavoratori e territori che rischiano di perdere una parte essenziale della propria economia. Ma sarebbe un errore considerare questa mobilitazione una semplice vertenza di categoria. Gli agricoltori protestano anche contro il carovita, perché conoscono direttamente il paradosso di un sistema nel quale chi produce alimenti può essere costretto a venderli a prezzi insufficienti, mentre i consumatori li acquistano a prezzi sempre più onerosi. Tra il prezzo riconosciuto al produttore e quello pagato dal cittadino esiste una questione economica che merita risposte serie, non slogan.

Agli autotrasportatori grande visibilità, agli agricoltori disinteresse pressoché totale da parte dei media

La crisi agricola, dunque, non è separata dalla crisi delle famiglie. Il costo dell’energia, dei carburanti, dei trasporti, dei beni essenziali e dei servizi incide contemporaneamente sulle imprese e sui bilanci domestici. Per questo la protesta degli agricoltori parla anche a chi non possiede un campo, non guida un camion e non gestisce un’impresa: parla a chi ogni giorno deve fare i conti con stipendi insufficienti, pensioni erose dall’inflazione e spese che non lasciano più margini. Eppure, mentre le mobilitazioni degli autotrasportatori ricevono grande attenzione mediatica, i presidi degli agricoltori e le manifestazioni pacifiche contro il carovita faticano a ottenere uno spazio proporzionato alla loro portata sociale. Non si tratta di togliere visibilità ai trasportatori, le cui difficoltà meritano di essere raccontate, ma di chiedere perché altre forme di protesta, altrettanto significative, sembrino non possedere la stessa capacità di attirare l’attenzione.

La protesta pacifica non può diventare sinonimo di protesta invisibile

Un sistema dell’informazione che dedica attenzione soprattutto alle manifestazioni capaci di provocare disagi immediati rischia di offrire una rappresentazione distorta del malcontento sociale. Il disagio esiste anche quando non ci sono barricate, quando non si interrompe la circolazione, quando nessuno danneggia beni pubblici o privati. Esiste nei presidi organizzati giorno dopo giorno, nelle aziende che rischiano di chiudere, nelle famiglie che rinunciano a consumi essenziali e nei cittadini che non riescono più a sostenere il costo della vita. Ma c’è un elemento che dovrebbe preoccupare ancora di più chi governa: nei presidi siciliani non ci sono soltanto agricoltori. Ci sono anche piccoli autotrasportatori, lavoratori, imprenditori e cittadini che, pur partendo da problemi diversi, condividono una crescente difficoltà economica e la sensazione di non essere ascoltati. Il disagio, ormai, è diventato trasversale al popolo siciliano.

Una generalizzata incertezza sul futuro

Non siamo più di fronte a una somma di vertenze isolate, ciascuna confinata nel proprio settore. Siamo di fronte a una condizione di sofferenza che attraversa categorie produttive e sociali differenti, accomunate dall’aumento dei costi, dalla riduzione dei margini economici, dalla perdita di potere d’acquisto e dalla crescente incertezza sul futuro. Agricoltori, piccoli trasportatori, commercianti, lavoratori, pensionati e famiglie possono avere rivendicazioni specifiche, ma si trovano sempre più spesso a riconoscere gli stessi problemi e a percepire la stessa distanza dalle istituzioni. È su questo terreno che le diverse aree di disagio possono progressivamente incontrarsi e saldarsi.

Non è saggio ignorare una protesta pacifica nella convinzione che, prima o poi, si esaurirà

Non occorre immaginare regie occulte o forzature organizzative: è la realtà economica stessa a creare le condizioni di una convergenza. Quando categorie diverse arrivano alla conclusione di non poter più sostenere il peso della crisi e di non trovare interlocutori capaci di offrire soluzioni, la loro protesta può superare i confini originari e assumere una dimensione sociale più ampia. Ed è qui che si manifesta il rischio più serio: spingere un intero popolo verso l’esasperazione, sottovalutando la forza che può assumere una disperazione condivisa. Non è saggio ignorare una protesta pacifica nella convinzione che, prima o poi, si esaurirà. Non è saggio aspettare che gli agricoltori, i piccoli trasportatori o i cittadini esasperati arrivino al limite della sopportazione prima di aprire un confronto concreto. E non è saggio pensare che il malcontento possa essere gestito indefinitamente attraverso il silenzio, dichiarazioni di circostanza o misure temporanee che non affrontano le cause strutturali della crisi.

Attenzione, perché quando la protesta si allarga e le ragioni del malcontento si sommano, affrontare la situazione diventa inevitabilmente più complesso

Nei presidi siciliani sono presenti anche piccole imprese di trasporto che oggi partecipano a forme di mobilitazione disciplinate. Se le loro difficoltà e quelle degli agricoltori continueranno a rimanere senza risposte, non si può escludere che una parte di queste categorie scelga in futuro forme di protesta più incisive, capaci di coinvolgere il trasporto su gomma e di produrre conseguenze sull’intera economia. Non è una minaccia, né un auspicio di blocchi o paralisi. È una possibilità che chi ha responsabilità politiche e istituzionali dovrebbe valutare con serietà, proprio per evitarla. Perché quando la protesta si allarga e le ragioni del malcontento si sommano, affrontare la situazione diventa inevitabilmente più complesso. E quando la disperazione economica si accompagna alla perdita di fiducia nelle istituzioni, recuperare il dialogo può diventare estremamente difficile.

Famiglie che non arrivano alla fine del mese, pensionati costretti a rinunciare a beni essenziali, lavoratori massacrati dall’inflazione: così non si può andare avanti

Lo stesso vale per le manifestazioni contro il carovita. Le famiglie che non riescono più a far quadrare i conti, i pensionati costretti a rinunciare a beni essenziali e i lavoratori che vedono il proprio reddito perdere valore non possono essere considerati una presenza marginale soltanto perché il loro disagio non produce immagini spettacolari. Il malcontento dei cittadini è parte integrante della stessa crisi che attraversa il mondo produttivo. Ecco perché la questione non riguarda soltanto i media, ma anche la responsabilità delle istituzioni. L’informazione ha il dovere di raccontare le proteste senza selezionarle esclusivamente in base alla loro spettacolarità. Chi governa ha il dovere di ascoltare le rivendicazioni prima che l’assenza di risposte alimenti ulteriormente la tensione sociale. Un Paese serio non aspetta che si fermino i camion per accorgersi che gli autotrasportatori sono in difficoltà. Non aspetta che le aziende agricole chiudano per comprendere che produrre cibo è diventato sempre più difficile. Non aspetta che le famiglie non riescano più a pagare la spesa per riconoscere la gravità del carovita. E soprattutto, non dovrebbe aspettare che proteste distinte si saldino in un’unica grande mobilitazione per rendersi conto che esiste una questione sociale che non può più essere rinviata.

Ignorare il sempre più diffuso disagio sociale non lo farà scomparire

La Sicilia sta lanciando segnali che meritano attenzione. Nei presidi, nelle rivendicazioni degli agricoltori, nella partecipazione dei piccoli trasportatori e nelle proteste contro il costo della vita emerge un’esigenza comune: poter lavorare, produrre, vivere dignitosamente e guardare al futuro senza essere schiacciati da costi insostenibili e dall’assenza di prospettive. A queste persone non servono compassione o promesse generiche. Servono confronto, provvedimenti verificabili, misure strutturali e interlocutori disposti ad affrontare le cause della crisi. Ignorare questo disagio non lo farà scomparire. Rischia soltanto di renderlo più profondo, più esteso e più difficile da governare, con gravi problemi di ordine pubblico.

NON COSTRINGETE IL DISAGIO A DIVENTARE EMERGENZA PER MERITARE ASCOLTO. NON ASPETTATE CHE LA PROTESTA DIVENTI DISPERAZIONE COLLETTIVA. ASCOLTATE OGGI CHI STA ANCORA MANIFESTANDO PACIFICAMENTE. DOMANI POTREBBE ESSERE MOLTO PIÙ DIFFICILE RICOSTRUIRE IL DIALOGO.

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