Tutti concentrati per tutelare gli autotrasportatori (del Centro Nord Italia) mentre degli agricoltori la politica se ne sta fregando. Il caso eclatante del grano duro di Sud e Sicilia

di Giulio Ambrosetti

Tra verità e bugie

L’abbiamo scritto e lo ribadiamo: autotrasportatori e agricoltori hanno interessi diversi e, in alcuni casi, opposti (qui il nostro articolo). La televisione, come sempre, sta creando confusione facendo di tutta l’erba un fascio. Del resto, non sono forse i signori dell’etere a raccontare che tutti i derivati del grano che arrivano nelle nostre case sono rigorosamente prodotti con grano italiano? Oggi, in Italia, le grandi bugie sono rigorose… Ciò posto, il discorso è molto semplice per gli agricoltori, un po’ complicato per gli autotrasportatori. Proviamo a riassumerlo sottolineando, ancora una volta, le differenze fra autotrasportatori e agricoltori e anche le divisioni che oggi attraversano il mondo dei mezzi gommati.

Il Governo nazionale sta provando a tutelare solo gli autotrasportatori del Centro Nord Italia: non a caso il settore è gestito dalla Lega

La realtà dell’autotrasporto è variegata. I soldi che incassano i titolari di camion e tir per trasportare ortofrutta, cereali e via continuando sono addirittura meno dei soldi che debbono spendere per acquistare il gasolio. Questo vale anche per i particolari contratti – per esempio il trasporto del grano – dove le industrie molitorie contribuiscono alle spese del carburante sostenute dai camionisti. Per dirla in breve, con il gasolio il cui prezzo è passato da 1,6 euro/litro a 2,2-2,4 euro/litro il sistema dell’autotrasporto è saltato. Detto questo, l’incontro di ieri tra i rappresentanti degli autotrasportatori e il Ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini (questo Ministero gestisce il settore dei trasporti), si è concluso con un mezzo nulla di fatto. Il Governo, a corto di soldi, ha fornito garanzie solo a una parte degli autotrasportatori. Da quello che si capisce, fra gi autotrasportatori del Sud e della Sicilia rimane il malcontento. Tant’è vero che alcuni blocchi stradali, sempre nel Sud e in Sicilia, rimangono.

Se rimarranno i blocchi stradali nel Sud e in Sicilia, prodotti e merci del Centro Nord non arriveranno nel Sud e in Sicilia

Con molta probabilità, il Ministro Salvini e i suoi collaboratori sono in confusione. Non sanno che, senza il mercato del Sud e della Sicilia, i prodotti agricoli freschi e trasformati del Centro Nord Italia e i prodotti agricoli che arrivano dall’universo mondo rimangono invenduti. Favorire gli autotrasportatori del Centro Nord Italia a spese degli autotrasportatori di Sud e Sicilia è un autogol per il sistema produttivo del Centro Nord e per il sistema globalista. Se rimarranno i blocchi stradali nel Sud e in Sicilia, prodotti e merci del Centro Nord non arriveranno nel Sud e in Sicilia. E non sarà certo l’esercito a risolvere i problemi. Ma non è un concetto che un leghista è in grado di capire. Ci proviamo ma siamo pessimisti.

I cambiamenti intervenuti. Il prezzo del grano mondiale che cresce per mancanza di grano russo

Fino a prima della pandemia, vera o presunta, in Sicilia, su 13 miliardi circa di spesa annua per l’agroalimentare, ben 11 miliardi venivano spesi per l’acquisto di beni alimentari freschi e trasformati provenienti dal Centro Nord Italia. Oggi la situazione è cambiata in alcuni casi in peggio, in altri casi in meglio. In peggio perché ‘Italia è invasa da cereali esteri e ortofrutta estera (che ‘viaggia’ sempre sul gommato), che ha in parte soppiantato l’ortofrutta italiana; in meglio perché nel Sud e in Sicilia, chi se lo può permettere, acquista ortofrutta nei mercati locali o presso le aziende agricole locali. Con qualche mese di ritardo la ‘Grande informazione’ si è accorta che con il blocco dei commerci del Mar Nero causa guerra in Ucraina in Europa non arriva più il grano russo: e infatti il prezzo mondiale di questo cereale sta andando su. Insomma, l’Unione europea, che fa la guerra alla Russia, senza il grano russo è nei guai! E chi glielo dice ai dirigenti di Fratelli d’Italia, del PD, a Carlo Calenda e via continuando con gli anti-russi di casa nostra?

Di Sud e della Sicilia, in Italia, non gliene frega niente a nessuno. I circa 20 milioni di abitanti del Mezzogior no servono al Nord per appioppargli i propri prodotti. Chi non ha capito questo dell’Italia non ha capito nulla

L’agricoltura, al di là delle chiacchiere, con buona pace della televisione, è la grande assente di questa protesta. Ci sono, è vero, i presidi degli agricoltori. Ma, soprattutto per ciò che riguarda il Sud e la Sicilia, non gliene frega niente a nessuno, meno che mai al Governo nazionale e ai Governi regionali. Anzi, questi ultimi reggono il gioco al sistema del Centro Nord Italia. Se andate a fare una verifica, vi occorgerete che i presidenti delle Regioni del Sud Italia e il presidente della Regione siciliana sono espressione di partiti politici nazionali. Le cose che contano per questi signori sono i voti, gli appalti, le forniture nella sanità pubblica ormai ridotte all’osso e i fondi europei che debbono passare per gli uffici delle Regioni. E, naturalmente, i soldi per pagare gli stipendi pubblici. Di tutto il resto, non gliene può fregare di meno. Figuriamoci se si occupano dell’agricoltura. Si ricordano di questo settore solo in campagna elettorale per foraggiare fiere e clientele varie per acchiappare voti.

L’esempio del grano duro di Sud e Sicilia: ‘numeri’ alla mano si dimostra che chi lo produce lavora in perdita. Se si continua a coltivarlo è per non darla vinta ai signori delle pale eoliche, dei pannelli fotovoltaici e dell’agri-voltaico

Se non credete a quello che state leggendo facciamo un ulteriore esempio che è chiarissimo: il grano duro, coltura d’elezione del Mezzogiorno d’Italia, soprattutto di Puglia, Sicilia e Basilicata, che sono le prime tre Regioni italiane per la produzione di questo cereale. I costi di produzione possono variare leggermente da Regione a Regione. Ma sono differenze minime. In Sicilia coltivare un ettaro di grano duro, considerando l’aumento del costo dell’energia, tra lavorazioni dei terreni, acquisto delle sementi, trattamenti pre-semina, semine, fertilizzanti e mietitrebbiatura servono tra mille e mille e 200 euro (mille euro senza la concimazione azotata in pre-semina: ma è un risparmio a ‘coda di topo’, perché si riduce la produzione di grano). Se tutto va bene (e non sempre tutto va bene, perché il clima ormai fa spesso le bizze) si producono, in media, 30 quintali/ettaro. Vendendo il prodotto si incassano 600-650 euro/ettaro. Considerando l’integrazione dell’Unione europea, pari a circa 180 euro/ettaro, il ricavo non arriva 800 euro. Morale: si lavora in perdita.

Autotrasportatori e agricoltori: due pesi e due misure

E’ interessante notare l’atteggiamento della politica e dei media italiani. Si dà per scontato – ed è anche corretto – che gli autotrasportatori non possono lavorare in perdita. Mentre dei produttori di grano duro del Sud e della Sicilia che lavorano in pedita non gliene fotte niente a nessuno. Perché non gliene fotte niente a nessuno? Per due semplicissimi motivi. Primo: perché l’Italia è piena di grano duro estero. Secondo: perché gli agricoltori di Sud Italia e Sicilia, a differenza degli autotrasportatori, non hanno potere contrattuale. Se si fermano gli autotrasportatori si ferma l’Italia: che è quello che sta succedendo. Mentre degli agricoltori di Sud Italia e Sicilia – ribadiamo ancora una volta – non gliene fotte niente a nessuno. Anzi, se si tolgono di mezzo, dando i terreni in ‘pasto’ alle pale eoliche, ai pannelli fotovoltaici e, magari, agli impianti agri-voltaici è anche meglio. In un prossimo articolo proverò a illustrare cosa potrebbero fare gli agricoltori di Sud Italia e Sicilia che producono grano duro per fregare il ‘sistema’ politico ed economico che li sta condannando all’irrilevanza.

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