di Giulio Ambrosetti

Ricordiamo che oggi, oltre ai risultati della competizione elettorale statunitense, verrà resa nota la ripartizione finale dei seggi nel Parlamento israeliano. Non sono da escludere sorprese
Nel primo articolo che abbiamo pubblicato ieri abbiamo affrontato un tema preciso: quello che non succederà nella guerra tra Russia e Ucraina (qui l’articolo). In questo secondo articolo proveremo a illustrare ciò che non succederà in Israele, nel Golfo e in America, anche alla luce del risultati delle elezioni americane di medio termine. Tre questioni legate indissolubilmente a un soggetto: la lobby ebraica mondiale che, com’è noto, controlla importanti banche in tutto il Pianeta, la finanza internazionale e altro ancora. Cominciamo sottolineando che, fino a quando la lobby ebraica mondiale sarà potente (e oggi lo è ancora), in Israele non ci sarà mai un Governo sostenuto dai partiti arabi. Peraltro, come abbiamo già raccontato, oggi, 4 Novembre, oltre a conoscere i risultati delle elezioni americane di metà mandato, conosceremo anche la ripartizione dei seggi nel Parlamento isreliano (Knesset) dopo il completamento dello spoglio delle schede (nelle elezioni politiche israeliane il 10-12% delle schede relative ai militari, ai diplomatici e ai carcerati vengono rese note dopo qualche giorno: si dovrebbe trattare di poco meno di 500 mila schede). Il Knesset è composto da 120 seggi: la ripartizione degli stessi seggi resa nota nei giorni scorsi – 53 seggi al Likud di Benjamin ‘Bibi’ Netanyahu, 48 seggi al partito di opposizione Yashar di Gadi Eisenkot e 19 seggi ai partiti arabi – è momentanea: i risultati del completamento dello scrutinio, che verranno resi noti oggi, con la contestuale rimodulazione dei 120 seggi momentaneamente assegnati, potrebbero riservare sorprese (qui l’articolo).
La guerra nel Golfo andrà avanti
Insomma: in Israele non si dovrebbe materializzare un Governo sostenuto dai partiti arabi. A meno che, ribadiamo, la lobby ebraica mondiale, che sta dietro la nascita dello Stato di Israele, non conti più nulla. Proviamo a illustrare adesso cosa non succederà negli Stati Uniti d’America. Cominciamo ricordando che i risultati delle elezioni americane di medio termine non influenzeranno la politica estera del Governo federale di Donald Trump. I Democratici americani non potranno fermare la guerra nel Golfo. Non è certo un caso se il presidente americano, proprio durante i giorni della campagna elettorale, abbia rafforzato la presenza militare statunitense nel Golfo. E qui dobbiamo tornare al ruolo della lobby ebraica mondiale. E stata questa lobby a volere la guerra contro l’Iran. Questo Paese – che non è arabo ma persiano – di religione islamica sciita è oggi l’ultimo baluardo che si batte per l’eliminazione fisica di Israele dal Medio Oriente. Nel mondo l’Islam è a maggioranza sunnita. E i sunniti – a cominciare dai Paesi del Golfo – sono ormai occidentalizzati e non sono più disponibili alla guerra per eliminare Israele. Al contrario, sono disposti a convivere con Israele. Per chi, dal 1947-1948 ad oggi, ha sempre lottato per l’eliminazione di Israele è un problema. Mentre per Israele e per la lobby ebraica, oggi, l’eliminazione del regime teocratico iraniano significa la fine delle guerre in Medio Oriente. Sempre con l’incognita che un posto dove vivere ai palestinesi bisognerà pure trovarlo.
Le accuse di genocidio a carico di Netanyahu, che avrebbero dovuto favorire il regime iraniano, non sono risultate credibili
Il regime teocratico iraniano esiste dal 1979. Soprattutto nel corso dell’ultimo ventennio, mentre i Paesi sunniti, piano piano, si sono occidentalizzati, l’Iran sciita ha fermato le lancette della storia. Il regime iraniano ha organizzato negli anni uno schieramento agguerrito contro Israele. Hamas, a Gaza, è sostenuto da Israele. Hezbollah in Libano rimane legato all’Iran ma si sostiene da solo tra commercio della droga e traffico di armi (qui un articolo). Sono due movimenti che, in questi anni, hanno effettuato una guerra senza quartiere contro Israele. Oggi questi due alleati storici dell’Iran sono in grande difficoltà. Israele ha drasticamente ridotto la presenza di Hamas a Gaza e nemmeno gli alleati occidentali storici di Hamas sono riusciti a fermare la violenta pressione israeliana su Gaza. Anche il potente ritorno dell’antisemitismo non sta aiutando l’Iran. Le accuse di genocidio a carico del capo del Governo israeliano Netanyhau, che avrebbero dovuto aiutare Hamas, si sono rivelate inutili, se è vero, come già accennato, che la formazione politica del capo dell’esecutivo israeliano è sempre il primo partito. Anche Hezbollah è indebolito: in Libano conta sempre meno mentre gli alleati storici in Sudamerica – con riferimento ai ‘Cartelli’ della droga – sono da oltre un anno sotto assedio da parte dell’America di Trump. Le altre formazioni filoiraniane (e quindi anti-Israele) in Siria e in Iraq sono state fortemente ridimensionate.
Il nuovo Congresso americano si insedierà nei primi giorni di Gennaio
L’America di Trump e Israele hanno isolato l’Iran il cui regime, in queste ore, chiede alla comunità internazionale la fine della guerra. Ed è anche logico, se è vero che, dalla seconda decade di Agosto, l’Iran è isolato economicamente dal resto del mondo. Può ricevere aiuti gratuitamente (e probabilmente li riceve da Cina e Russia). Ma non può esercitare attività commerciali. I Paesi che commercializzano con l’Iran vengono subito identificati e messi fuori dall’area del dollaro americano (qui un articolo). E poiché sono pochi i Paesi al mondo che si possono permettere di perdere il ricco mercato americano, l’Iran è praticamente isolato. Non è un problema da nulla, perché in Iran vivono 92 milioni di abitanti. E oggi in questo Paese l’inflazione è all’80%. In questo scenario è alquanto improbabile che la lobby ebraica mondiale, dopo gli sforzi messi in campo per isolare l’Iran, fermi la guerra adesso. E’ molto più probabile, invece, che la guerra tra USA e Israele da una parte e Iran dall’altra parte riprenda. Il nuovo Congresso americano appena eletto, che è stato completamente rinnovato, si insedierà nei primi giorni di Gennaio (mentre il Senato, che ha eletto un terzo dei propri rappresentanti, è sempre in carica). Ciò significa che l’amministrazione Trump ha due mesi di tempo per chiudere la guerra in Iran senza passare dal nuovo Congresso. Difficile che non ne approfitti.
E’ probabile che Trump provi a far capitolare il regime iraniano entro la fine di quest’anno
Come già ricordato, il Parlamento americano non ha poteri per influenzare la politica estera del presidente. Soprattutto da qui a fine anno non può fare assolutamente nulla. Trump, invece, ha tutto da guadagnare se dovesse riuscire a sconfiggere l’Iran. Con molta probabilità, i Paesi del Golfo, negli ultimi tre mesi, si sono già attrezzati per parare i colpi dell’Iran. Il regime iraniano ha a disposizione missili e bombe, mentre si sa poco del suo esercito. L’Iran, se attaccato, userà missili e bombe per colpire i Paesi del Golfo: cosa che ha già fatto. Se l’America di Trump non riuscirà a sconfiggere l’Iran entro la fine di quest’anno che succederà? Il Congresso potrebbe provare a mettere i bastoni fra le ruote all’amministrazione Trump: ma potrebbe essere un autogol, perché, soprattutto con la presidenza del Democratico Barack Obama, non sono mancati i dubbi su strani rapporti, soprattutto economici, tra Dem americani e Iran…
I rapporti tra Corti Supreme e globalisti
Tra l’altro, sempre considerando che il regime iraniano non cada entro la fine di Dicembre, eventuali tagli economici da parte del Congresso sarebbero quasi ininfluenti. Difficile pensare che l’amministrazione Trump non abbia preso in anticipo le contromisure: è probabile, infatti, che ci siano già fondi stanziati in favore del Pentagono per prosegire la guerra in Iran. In ogni caso, il presidente potrebbe opporsi a nuove restrizioni di bilancio. Per rimuovere l’eventuale veto della Casa Bianca occorrerebbero i due terzi dei voti in entrambe le camere. Il Parlamento americano potrebbe mettere sotto accusa Trump tirando in ballo accuse penali. Ma… Ma sono stati proprio i Democratici a usufruire di una strana sentenza della Corte Suprema americana, che risale al Luglio del 2024, durante la presidenza del Democratico americano Joe Biden, che concede al Presidente l’immunità dalle accuse penali per azioni ufficiali. Vero è che, ancora oggi, in tutto l’Occidente, il regime globalista può contare sugli ‘aiutini’ delle Corti Supreme e delle Corti Costituzionali varie (vedere Romania e Brasile). Ma facciamo un po’ di fatica a pensare che la Corte Suprema americana torni indietro su un pronunciamento di due anni e mezzo fa…
Oggi più che mai sentimenti anti-israeliani e antisemitismo vanno di pari passo
Vogliamo provare a dire tutta la verità? Da quando l’Iran è sotto assedio, soprattutto in Occidente sta riesplodendo l’antisemitismo. E’ un caso? Assolutamente no. Al contrario, è la spia che il regime iraniano, oltre all’alleanza con la Cina – Paese che usa l’Iran per i propri interessi geopolitici nell’area del Golfo – ha antiche e salde alleanze occulte anche in alcuni settori dell’Occidente che hanno sempre visto come fumo negli occhi Israele sin dalla sua nascita. Sono forze oscure che non stanno esitando a rilanciare l’antisemitismo che, oggi più di ieri, va di pari passo con i sentimenti anti-israeliani. Va da sé che, per questi ambienti oscuri, la caduta dell’Iran si configurerebbe come la fine di tutto, perché, come già ricordato, il regime iraniano è ormai l’ultimo baluardo anti-israeliano nel mondo. Fanno riflettere, ad avviso di chi scrive in negativo, certi appelli alla ‘pace’ da parte di alcuni soggetti che dovrebbero occuparsi del ‘Cielo’ piuttosto che dei fatti terreni. Ma che, quando ci sono di mezzo Ucraina e Medio Oriente, non si capisce perché, mettono da parte il ‘Cielo’ per cercare di influenzare i fatti terreni…
P.s.
I politici che oggi invitano, a parole, a distinguere tra sentimenti anti-israeliani e antisemitismo sono, in alcuni casi, i primi fautori di questo binomio di stampo razzista.







