La povertà dei siciliani è il fallimento di una classe dirigente asservita

di Angelo Giorgianni

Cos’ha fatto fino ad oggi la Sicilia per difendersi?

Da decenni ai siciliani viene raccontata la stessa storia. La colpa è di Roma. La colpa è di Bruxelles. La colpa è dell’Europa. La colpa è dei governi nazionali. Una parte di verità esiste. Molte decisioni che hanno contribuito a indebolire l’agricoltura, la pesca, l’industria e la competitività italiana nascono effettivamente lontano dalla Sicilia. Ma fermarsi a questa spiegazione significa nascondere una realtà ancora più scomoda. Perché esiste una domanda che la politica siciliana evita accuratamente: cosa ha fatto la Regione Siciliana per difendere gli interessi dei siciliani utilizzando i poteri che già possiede? La risposta è impietosa. Troppo poco. E spesso nulla.

Gran parte della politica siciliana non risponde realmente ai siciliani. Risponde ai partiti nazionali

La Sicilia non è una Regione ordinaria. Dispone di uno Statuto speciale che le attribuisce prerogative e strumenti che molte altre Regioni europee non possiedono. Eppure, mentre l’economia dell’Isola perde terreno, mentre i giovani emigrano, mentre imprese agricole e pescherecce chiudono, mentre il costo dell’energia e della vita aumenta, la classe dirigente regionale continua a comportarsi come se fosse una semplice articolazione amministrativa dello Stato centrale. Il vero problema non è soltanto ciò che fanno Roma e Bruxelles. Il vero problema è ciò che Palermo non fa. E non lo fa per una ragione precisa. Gran parte della politica siciliana non risponde realmente ai siciliani. Risponde ai partiti nazionali. Risponde alle segreterie romane. Risponde agli equilibri interni delle coalizioni. Risponde alla necessità di garantirsi una ricandidatura, una nomina, un incarico o una futura collocazione politica.

Troppe decisioni sulla Sicilia prese al di fuori della Sicilia

Quando un rappresentante politico deve scegliere tra difendere gli interessi della Sicilia e mantenere il favore del proprio partito nazionale, troppo spesso sceglie la seconda strada. È qui che nasce il tradimento politico della Sicilia. Non un tradimento fatto di proclami ostili o dichiarazioni contro l’Isola, ma un tradimento molto più subdolo: quello dell’inerzia, della rinuncia e della subordinazione. Ed è proprio qui che emerge una questione decisiva. Nessuna vera rinascita della Sicilia sarà possibile finché la rappresentanza politica dell’Isola resterà subordinata a interessi, strategie e convenienze che vengono decisi fuori dalla Sicilia. Un deputato regionale, un parlamentare nazionale o europeo che dipende politicamente dalle segreterie di Roma avrà sempre un conflitto di interessi. Dovrà scegliere se difendere la Sicilia o la linea del partito. Se difendere il proprio territorio o la propria carriera politica.

Servono partiti politici siciliani che difendono gli interessi della Sicilia

Per questo una delle condizioni fondamentali per la piena attuazione dello Statuto è la nascita e il consolidamento di forze politiche regionali autenticamente siciliane, libere da vincoli di subordinazione ai partiti nazionali. Partiti che abbiano un unico interesse da difendere: quello del Popolo Siciliano. Partiti che non debbano chiedere autorizzazioni a Roma. Partiti che non siano costretti a sacrificare gli interessi dell’Isola per mantenere equilibri di coalizione nazionali. Partiti che possano negoziare con lo Stato, con l’Europa e con gli altri territori partendo da una sola priorità: la tutela della Sicilia.

La nostra Isola produce energia ben oltre il proprio fabbisogno e rappresenta uno snodo essenziale per la sicurezza energetica nazionale. Ma i benefici per i siciliani sono minimi

Prendiamo il tema dell’energia. La Sicilia è una delle principali piattaforme energetiche del Mediterraneo. Ospita raffinerie, infrastrutture strategiche, impianti di produzione, collegamenti internazionali e una crescente capacità nel settore delle energie rinnovabili. Produce energia ben oltre il proprio fabbisogno e rappresenta uno snodo essenziale per la sicurezza energetica nazionale. Eppure i benefici per i siciliani sono minimi. Un governo regionale realmente autonomista avrebbe già avviato una battaglia per ottenere compensazioni economiche proporzionate al ruolo strategico dell’Isola. Avrebbe creato un fondo energetico regionale destinato a ridurre il costo dell’energia per famiglie e imprese. Avrebbe promosso comunità energetiche locali, sostenuto l’autoproduzione e utilizzato la leva fiscale regionale per favorire le attività produttive.

Agricoltura siciliana marginalizzata

Lo stesso vale per l’agricoltura. La Sicilia possiede una delle produzioni agroalimentari più prestigiose d’Europa. Agrumi, olio, vino, ortofrutta, grano e prodotti biologici conosciuti nel mondo. Un governo realmente al servizio della Sicilia dovrebbe costruire una rete regionale di commercializzazione, sviluppare piattaforme logistiche moderne, sostenere l’export verso nuovi mercati, rafforzare i marchi territoriali e creare strumenti di protezione per i comparti più esposti alla concorrenza internazionale. Dovrebbe soprattutto aprire la Sicilia al Mediterraneo.
Mentre Bruxelles firma accordi commerciali globali e Roma segue le proprie priorità nazionali, la Sicilia dovrebbe sviluppare una politica economica mediterranea permanente. Tunisia, Algeria, Egitto, Libia, Marocco, Malta, Grecia, Cipro e i Paesi del Medio Oriente non dovrebbero essere considerati semplici vicini geografici. Dovrebbero diventare partner strategici. La Regione potrebbe promuovere accordi di cooperazione economica, protocolli commerciali, missioni imprenditoriali, fiere permanenti del Mediterraneo, piattaforme logistiche integrate, accordi universitari e scientifici, reti portuali e corridoi commerciali capaci di trasformare la Sicilia nella porta naturale tra Europa, Africa e Asia. La Sicilia occupa una delle posizioni geografiche più importanti del pianeta. Eppure continua a comportarsi come una periferia quando potrebbe essere il centro.

Pescatori siciliani penalizzati

Lo stesso vale per la pesca. Le marinerie siciliane subiscono da anni limitazioni e restrizioni che mettono in difficoltà migliaia di famiglie. La Regione dovrebbe guidare un’alleanza mediterranea delle comunità della pesca, investire nel rinnovo delle flotte, nell’acquacoltura, nella trasformazione industriale del pescato e nella valorizzazione commerciale delle produzioni ittiche siciliane.

Sicilia assente sul piano fiscale

Anche sul piano fiscale la Sicilia continua a rinunciare a prerogative fondamentali. Lo Statuto contiene strumenti di autonomia finanziaria che potrebbero consentire una fiscalità di vantaggio, politiche di attrazione degli investimenti e una riduzione del carico economico su imprese e famiglie. Ma per condurre questa battaglia serve indipendenza politica. Serve una classe dirigente che non debba chiedere il permesso a nessuno. Perché il problema della Sicilia non è l’assenza di strumenti.
È l’assenza di una rappresentanza realmente libera. La storia dimostra che nessun popolo può difendere efficacemente i propri interessi se la propria classe dirigente dipende politicamente da centri decisionali esterni. Per questo la questione siciliana non è soltanto economica. È una questione di autonomia politica. È una questione di rappresentanza. È una questione di libertà.

Una politica siciliana che metta la Sicilia prima di ogni altra cosa

La Sicilia non ha bisogno di nuovi poteri. Ha bisogno di governanti che abbiano il coraggio di usare quelli esistenti. Ha bisogno di una classe dirigente che sia responsabile davanti ai siciliani e non davanti alle segreterie dei partiti nazionali. Ha bisogno di forze politiche regionali affrancate dalle logiche nazionali e capaci di fare della difesa degli interessi siciliani non uno slogan elettorale, ma la propria unica ragione d’essere. Perché la rinascita della Sicilia comincerà soltanto quando chi governa l’Isola sarà libero di scegliere la Sicilia prima di ogni altra cosa.

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