
di Angelo Giorgianni
Non è uno slogan qualsiasi. È una linea di confine
C’è sempre un momento, nella storia di una terra, in cui le parole smettono di bastare. Non perché siano false, ma perché sono state usate troppo. Consumate. Ripetute fino a perdere peso. In Sicilia quel momento sembra arrivato. Per decenni si è parlato di Autonomia. Di Statuto. Di diritti. Parole grandi, spesso solenni, quasi sempre disattese. Intanto la realtà scorreva in direzione opposta: giovani che partono, imprese che arrancano, agricoltori schiacciati, territori isolati. E una politica che, tra una promessa e l’altra, ha imparato a convivere con tutto questo. Poi, a volte, qualcosa cambia. Non nei palazzi. Nelle piazze che si organizzano democraticamente per diventare governo. La locandina che annuncia l’appuntamento del 12 Aprile a Campofelice di Roccella non è solo un invito (vedere sopra). È un messaggio. Quasi una dichiarazione di rottura. “La Sicilia non chiede più. La Sicilia decide.” Non è uno slogan qualsiasi. È una linea di confine.
Lo Statuto siciliano e l’Autonomia
Perché il punto, oggi, non è più denunciare. È scegliere. Scegliere se continuare a raccontarsi che i problemi sono inevitabili, oppure riconoscere che esiste un sistema che li produce e li mantiene. Un sistema che si regge su un equilibrio antico: si protesta in pubblico e si governa in continuità. Cambiano i volti, si aggiornano i linguaggi, ma la sostanza resta. Eppure, alla radice di tutto, c’è una verità ancora più profonda. La Sicilia non è priva di strumenti. È stata privata del loro utilizzo. Lo Statuto speciale non è nato da una concessione benevola. È stato scritto con il sangue dei siciliani che rivendicavano autonomia, se non addirittura indipendenza, da uno Stato percepito come distante. È figlio di una stagione di conflitto, di sacrificio, di dignità. Eppure, quello Statuto è stato negli anni svuotato, piegato, tradito. Ridotto a simulacro. Subordinato a logiche esterne, agli equilibri del governo centrale e ai vincoli europei. Se fosse stato attuato nella sua pienezza, molti dei problemi che oggi soffocano la Sicilia semplicemente non esisterebbero, o avrebbero avuto tutt’altra dimensione. Non avremmo una terra che produce energia e paga la benzina più cara. Non avremmo un’agricoltura schiacciata dai costi. Non avremmo un sistema di trasporti che isola invece di connettere.
Ritrovare le ragioni per stare insieme
Perché sì, il paradosso resta lì, evidente. La Sicilia raffina petrolio per l’Italia, ma paga carburanti più alti. Una contraddizione che pesa su tutto: agricoltura, imprese, turismo, famiglie. E poi i collegamenti: voli costosi, tratte marittime spesso dominate da pochi operatori, una condizione che incide su ogni aspetto dell’economia. Arrivare costa, partire costa, vivere costa. Non è una fatalità geografica.
È il risultato di scelte politiche. Scelte che si sarebbero potute evitare, se lo Statuto fosse stato applicato. Se l’Autonomia fosse stata esercitata, e non solo evocata. E allora il punto non è più soltanto denunciare ciò che non funziona. Il punto è capire cosa fare adesso. Perché non basta più indignarsi. Non basta più dividere. Non basta più costruire recinti. Serve un passaggio diverso. Più difficile, ma inevitabile. Serve che tutti coloro che amano questa terra – al di là delle appartenenze, dei personalismi, delle rivalità – trovino le ragioni per stare insieme. Non per sommare sigle, ma per condividere una direzione. Quella della piena attuazione dello Statuto. Non come bandiera ideologica. Ma come strumento concreto di governo. Perché lì, dentro quelle norme, troppo spesso ignorate, c’è già una parte delle risposte che oggi cerchiamo altrove.
L’idea di un popolo che comincia a riconoscersi
Il senso dell’appuntamento del 12 Aprile sta qui. Non solo nella presentazione di un programma. Ma nella possibilità di aprire una fase nuova. L’immagine della folla che guarda l’orizzonte, le bandiere alzate, la luce che sorge: non è solo estetica. È simbolo. È l’idea di un popolo che smette di aspettare e comincia a riconoscersi. Non è detto che accada. Ma è possibile. E ogni cambiamento, nella storia, comincia sempre così: quando qualcuno smette di pensare che sia impossibile. Il 12 Aprile non sarà la soluzione. Ma può essere un inizio. Un momento in cui la Sicilia prova a uscire dalla sua lunga abitudine all’attesa. E a fare qualcosa di più difficile: decidere. Per sé.
E per i suoi figli. Perché l’alba non è mai un evento garantito. È una scelta.








