Quando Angelo Giorgianni venne sospeso da magistrato. La sua colpa? Chiedere che lo Stato indagasse sui fatti legati alla gestione del Covid che oggi risultano confermati

di Angelo Giorganni

La pandemia, la mia sospensione dalla magistratura e il paradosso di una Repubblica che prima delegittima chi chiedeva l’accertamento dei fatti e oggi istituisce una Commissione parlamentare d’inchiesta sugli stessi fatti. Quando chiedere l’accertamento diventa una colpa

Esistono vicende che, con il trascorrere del tempo, cessano di appartenere esclusivamente alla biografia di chi le ha vissute e finiscono per interrogare la coscienza giuridica di un’intera nazione. I fatti rimangono immutati; è il tempo a mutarne la prospettiva. Decisioni che sembravano riguardare soltanto il destino di una persona acquistano progressivamente il valore di un precedente istituzionale, perché pongono una domanda destinata a sopravvivere ai loro protagonisti: che cosa accade quando lo Stato reagisce contro chi chiede che il suo operato venga sottoposto al controllo della legge? È questa la domanda che continua ad accompagnare la mia sospensione dalla magistratura. Per alcuni fui un esempio da seguire, per altri il magistrato che aveva oltrepassato i limiti del proprio ruolo, il magistrato “no vax”, il “complottista”, il diffusore di “fake news”. In pochi mesi, oltre quarantacinque anni di magistratura per alcuni vennero ridotti a tre etichette.
La realtà era diversa.

La legalità presuppone che nessun potere possa considerarsi sottratto al controllo previsto dall’ordinamento

Dopo oltre quarantacinque anni trascorsi nella magistratura italiana, nella lotta alla mafia, alla corruzione e nella difesa della legalità, continuavo ad applicare il metodo che aveva guidato tutta la mia vita professionale: quando emergono fatti suscettibili di incidere sui diritti fondamentali delle persone e/o reati, essi devono essere verificati nelle sedi competenti, attraverso gli strumenti previsti dalla legge e nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali. È questo il fondamento della funzione giudiziaria. Un magistrato non è chiamato a difendere il potere, ma la legalità esercitando le sue funzioni in in nome del Popolo Italiano. E la legalità presuppone che nessun potere possa considerarsi sottratto al controllo previsto dall’ordinamento. Fu questo principio a guidare tutte le iniziative che promossi durante la pandemia. Parlavo come cittadino, come magistrato e come Segretario Generale dell’Organizzazione Mondiale per la Vita, un’organizzazione internazionale nella quale confluirono medici, epidemiologi, biologi, farmacologi, ricercatori, giuristi e professori universitari di numerosi Paesi (qui un video).

Come nasce l’Organizzazione Mondiale per la Vita

L’Organizzazione Mondiale per la Vita non nacque per opporsi ai vaccini né per alimentare teorie complottistiche. Nacque per informare, promuovendo un confronto interdisciplinare sulla gestione della pandemia, analizzare documenti, verificare la compatibilità delle misure emergenziali con i principi costituzionali e favorire un dibattito realmente libero tra studiosi di differenti orientamenti.
Organizzammo convegni scientifici nazionali e internazionali, analizzammo documenti ufficiali, dati epidemiologici, studi scientifici e atti amministrativi. Nessuno pretendeva di possedere la verità. Chiedevamo soltanto che ogni affermazione fosse verificata secondo il metodo proprio della ricerca scientifica e della cultura giuridica.

Le inizitive istituzionali che abbiamo promosso

Parallelamente nel 2020 promuovemmo iniziative istituzionali al Senato (qui un video) ed alla Camera dei Deputati (qui un video) Presentammo esposti denuncia alle competenti autorità italiane ed europee, (qui) inviammo diffide ai Presidenti del Consiglio Giuseppe Conte e Mario Draghi e al Ministro della Salute Roberto Speranza, notificando errori diagnostici, terapeutici e gestionali. Chiedevamo, peraltro, che decisioni destinate a incidere profondamente sui diritti fondamentali dei cittadini fossero sottoposte ai controlli previsti dallo Stato di diritto. Già nel maggio del 2020 avanzai pubblicamente una proposta allora accolta con sufficienza: l’istituzione immediata di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione della pandemia. A quella richiesta aderì anche l’onorevole Vittorio Sgarbi (qui).

La proposta non accolta di una Commissione parlamentare d’inchiesta durante la pandemia

Non era una proposta contro il Governo, ma a favore delle istituzioni. Ritenevo, e continuo a ritenere, che proprio nei momenti in cui l’Esecutivo concentra nelle proprie mani poteri straordinari il Parlamento debba rafforzare, e non attenuare, la propria funzione di controllo, venendo di fatto esautorato. Una Commissione istituita mentre gli eventi erano ancora in corso avrebbe potuto acquisire tempestivamente documenti, ascoltare esperti di differenti orientamenti, verificare protocolli sanitari, procedure autorizzative, organizzazione della medicina territoriale, criteri decisionali e rapporti tra Governo, Comitato Tecnico Scientifico, AIFA e aziende farmaceutiche. Nessuno può affermare che ciò avrebbe evitato errori, che purtroppo ci sono stati, ma è legittimo domandarsi se un controllo parlamentare esercitato durante l’emergenza avrebbe consentito di correggere eventuali criticità, evitare illegittime compressioni delle libertà costituzionali e errori terapeutici dimostratisi letali, che hanno pericolosamente incrinato la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Quella proposta non venne raccolta. Al contrario, fu interpretata come una forma di ostilità nei confronti del Governo. Fu l’inizio della vicenda che avrebbe cambiato profondamente la mia vita personale e professionale.

Il prezzo della verità

Fu in quel contesto, sin dai primi mesi del 2020, che iniziai a chiedere anche l’intervento delle istituzioni europee (qui il video) e a richiamare pubblicamente la necessità di una “nuova Norimberga”, probabilmente l’espressione più travisata dell’intera mia attività durante la pandemia (qui). Il riferimento aveva un significato esclusivamente giuridico. Norimberga rappresenta uno dei momenti fondativi del moderno diritto internazionale, affermando il principio secondo cui, quando decisioni pubbliche incidono sui diritti fondamentali della persona, eventuali responsabilità devono poter essere accertate da giudici indipendenti, nel rispetto del giusto processo. Non chiedevo vendette né tribunali straordinari. Chiedevo soltanto che eventuali responsabilità fossero accertate nelle sedi competenti, italiane, europee e internazionali. Per questa ragione promossi iniziative presso le istituzioni dell’Unione Europea, sostenni il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo e chiesi che la gestione della pandemia fosse sottoposta al vaglio degli organismi competenti.

Il procedimento disciplinare promosso nei miei confronti

Mai avrei immaginato che proprio quella richiesta sarebbe diventata uno degli elementi posti a fondamento del procedimento disciplinare promosso nei miei confronti. Nei provvedimenti del Consiglio Superiore della Magistratura vennero contestate disciplinarmente le mie dichiarazioni pubbliche, le critiche rivolte ai Presidenti del Consiglio, le contestazioni al Ministro della Salute, il riferimento alla “nuova Norimberga”, gli esposti, le diffide e le iniziative promosse presso le istituzioni europee. È un dato documentale. Non mi veniva contestato di avere falsificato documenti o diffuso consapevolmente notizie false. Il cuore della contestazione riguardava il contenuto delle mie iniziative pubbliche e la richiesta che fatti di eccezionale rilevanza istituzionale fossero sottoposti agli ordinari strumenti di controllo previsti dallo Stato di diritto. Qui emerge il primo grande paradosso. Le mie iniziative non attribuivano responsabilità definitive. Chiedevano che esse fossero accertate. Non pretendevano condanne. Chiedevano indagini. Non invocavano vendette. Invocavano in nome del Popolo Sovrano giustizia. Eppure proprio quella richiesta venne ritenuta incompatibile con il ruolo di un magistrato.

Il CSM dispone la mia sospensione cautelare

Il Consiglio Superiore della Magistratura dispose la mia sospensione cautelare dalle funzioni e dallo stipendio. Dopo oltre quarantacinque anni trascorsi nella magistratura italiana per potere proseguire nella mia attività, ritenuta dal Ministero della Giustizia e dal CSM illegittima, fui costretto ad abbandonare la toga (qui). Per chi ha dedicato un’intera vita all’amministrazione della giustizia, la toga non rappresenta soltanto uno strumento di lavoro, ma il simbolo di un giuramento prestato alla Costituzione a servizio del Popolo Sovrano. Per questo la sospensione non rappresentò soltanto un provvedimento disciplinare. Fu una ferita personale e professionale profondissima. Parallelamente si sviluppò una vasta campagna di delegittimazione, ma vista prima di allora. Il confronto cessò quasi completamente di riguardare i documenti e le questioni giuridiche che avevamo posto. Cominciò a riguardare esclusivamente la mia persona.
Venni definito “no vax”, “complottista”, diffusore di “fake news”. Quelle etichette finirono per cancellare, nell’immaginario collettivo, oltre quarantacinque anni di magistratura, il lavoro svolto nella lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione e il metodo che aveva sempre caratterizzato la mia attività: partire dai fatti, raccogliere documenti, verificarli e sottoporli al controllo del diritto. Fu allora che compresi come il dibattito pubblico potesse trasformarsi da luogo di confronto in uno strumento di delegittimazione.

Dal marchio di “complottista” al paradosso della Commissione d’inchiesta

Nel 2021 pubblicai, il libro Strage di Stato. Non era un pamphlet politico, ma un lavoro informativo sulla pandemia e la sua gestione, fondato su atti amministrativi, documenti ufficiali, dati pubblici e pubblicazioni scientifiche, affinché ogni lettore potesse verificare personalmente le fonti richiamate. Era il metodo che avevo sempre seguito da magistrato: esporre i documenti, indicare le fonti e lasciare che fosse il confronto tra le prove, e non il pregiudizio, a orientare il giudizio. Accadde l’esatto contrario. Prima ancora che il libro fosse realmente esaminato, venne classificato come un’opera “complottista”. Gli autori furono giudicati prima delle argomentazioni. Si preferì discutere le persone anziché confrontarsi con i documenti. Con il trascorrere degli anni, tuttavia, il quadro iniziò lentamente a mutare. Questioni che tra il 2020 e il 2021 venivano liquidate come “complottismo”, “fake news” o “disinformazione” entrarono progressivamente nel dibattito parlamentare, giudiziario e scientifico.

Oggi opera una Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid. Quando ne chiesi l’istituzione, nel 2020, venni delegittimato perché tale richiesta venne ritenuta incompatibile con il ruolo di magistrato

È necessario essere rigorosi. Ciò non significa che tutte le valutazioni formulate da chi criticava la gestione della pandemia siano automaticamente diventate verità accertate. Le conclusioni spettano al Parlamento, alla magistratura e alla ricerca scientifica. Significa però che quelle domande, allora ritenute inaccettabili, sono oggi considerate meritevoli di un approfondimento istituzionale ed in parte alcune valutazioni sottese alle stesse ora ritenute fondate. Ed è qui che emerge il vero paradosso della mia vicenda. Nel Maggio del 2020 avevo chiesto pubblicamente l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta mentre la pandemia era ancora in corso. Continuai a sostenere quella necessità anche negli anni successivi, chiedendo che gli stessi fatti fossero sottoposti al vaglio della magistratura e delle istituzioni europee. Per quelle richieste fui delegittimato. Per quelle richieste fui sottoposto a procedimento disciplinare. Per quelle richieste fui sospeso dalla magistratura. Oggi, invece, è il Parlamento della Repubblica ad avere ritenuto necessario istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione della pandemia.

Oggi serve una riflessione più ampio, perché ogni procedimento disciplinare nei confronti di un magistrato produce inevitabilmente effetti che travalicano il caso individuale

Non sostengo che ciò dimostri automaticamente la fondatezza delle mie valutazioni, anche se in gran parte sono risultate fondate. Esiste però un fatto che ritengo incontestabile: lo Stato italiano ha riconosciuto che quei fatti meritano di essere verificati. Ha deciso di fare ciò che, quando lo chiedevamo, veniva presentato come incompatibile con il ruolo di un magistrato. È questo il punto sul quale la Repubblica dovrebbe interrogarsi. Ieri si delegittimava chi chiedeva gli accertamenti. Oggi lo Stato compie quegli stessi accertamenti. La mia vicenda personale diventa così il punto di partenza di una riflessione più ampia. Ogni procedimento disciplinare nei confronti di un magistrato produce inevitabilmente effetti che travalicano il caso individuale. Di fatto quello promosso nei miei confronti ha intimidito altri magistrati, che mi contattavano riservatamente per evitare “danni” professionali.

Uno Stato di diritto non si misura dalla forza con cui difende il potere. Si misura dal coraggio con cui pretende che il potere risponda, sempre, davanti alla legge

Ho motivo per ritenere, pertanto, che la sospensione di un magistrato che aveva pubblicamente chiesto l’accertamento dell’operato dei massimi organi dello Stato da molti è stata percepita come un motivo di maggiore prudenza o perfino di autocensura. Così questa vicenda ha riguardato non la mia persona, ma uno dei pilastri della Repubblica: l’indipendenza della magistratura. Non considero tutto questo una rivincita personale. Le rivincite appartengono alla politica; il diritto conosce soltanto l’accertamento dei fatti. Ho sempre chiesto soltanto che le mie domande fossero giudicate nel merito e non attraverso le etichette. Questo è il paradosso che consegno alla riflessione dei lettori. Non perché la mia vicenda debba essere assunta a modello, ma perché nessuna democrazia può dirsi pienamente libera se trasforma chi chiede l’accertamento della verità in un bersaglio e, anni dopo, riconosce che quelle stesse domande meritavano davvero di essere poste. Uno Stato di diritto non si misura dalla forza con cui difende il potere. Si misura dal coraggio con cui pretende che il potere risponda, sempre, davanti alla legge. Perché una Repubblica veramente libera non teme chi cerca la verità. Teme soltanto il giorno in cui nessuno avrà più il coraggio di chiederla.

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