Luce delle Genti è infatti Cristo, e della sua luce la Chiesa, fedele allo Sposo, ne riflette ai figli, redenti e vocati alla santità del Padre
di Frate Domenico Spatola

Il 21 Novembre 1964 Paolo VI (nella foto sopra tratta da Avvenire) firmava il documento conciliare “Lumen Gentium”, il più importante del Concilio Vaticano II. Lo schema che inizialmente si infossava sui modelli della “Chiesa/società” come pensato dal Bellarmino nel XVII secolo, fu ripensato da Paolo VI, da poco Papa, e attenzionato nel suo iter, dalle Commissioni rinnovate. Si parlò alla fine del prodotto come di “Due ecclesiologie”, un mixage che contentava gli uni (i progressisti) e non scontentava gli altri (i conservatori). Compromesso? Nella novità, l’ecclesiologia fa riferimento alla Santa Trinità, di cui la Chiesa è icona, e sua fonte e apice di compimento. “Infra tempora”, nel frattempo il Popolo di Dio in cammino esodiale nella Storia, da dove non si estranea ma vi si immerge sul modello del Verbo incarnato (“ad instar Incarnationis”). Ne vive le gioie e le angosce, realizzandosi come “segno, strumento e sacramento di salvezza per il mondo”. E la vocazione alla Santità non sarà l’esclusivo appannaggio dei ministri ordinati, né degli istituti di perfezione, ma di tutta la Chiesa che si sperimenta nella comunione dei sacramenti della iniziazione che uguagliano tutti in Cristo, e coi doni dello Spirito Santo che qualificano i ministeri, come servizio per la crescita del Corpo di Cristo, qual è la Chiesa. Il documento è noto con le parole dell’incipit “Lumen Gentium”. Luce delle Genti è infatti Cristo, e della sua luce la Chiesa, fedele allo Sposo, ne riflette ai figli, redenti e vocati alla santità del Padre.







