Il faraone Donald Trump e l’Arco della grandezza perduta

di Angelo Giorgianni

Il tempo non perdona

C’è un punto della storia dei potenti in cui la politica non basta più, e allora cominciano ad alzare monumenti. È un istinto primitivo, quasi tribale: quando il consenso si sfalda, si erge una piramide; quando la popolarità crolla, si annuncia un arco trionfale; quando il tempo non perdona, si tenta di fermarlo con la pietra. È sempre stato così: gli uomini che si credono più grandi della storia finiscono per scolpirsi da soli, perché temono che la storia non lo farà. E così capita oggi, nell’America che pretende di essere moderna e razionale, di ritrovarsi davanti alla caricatura di un vecchio mondo: un leader che si atteggia a faraone, che parla come un imperatore romano fuori tempo, che sogna di lasciare un monumento gigantesco, naturalmente “il più grande del mondo”. Una grandiosità di facciata firmata Donald Trump.

Un’America più temuta che rispettata

La cosa che colpisce non è tanto il monumento in sé – i potenti hanno sempre avuto un debole per la pietra – quanto il momento in cui viene annunciato. Perché non arriva in un periodo di trionfi, ma nel pieno di una crisi. Arriva quando i sondaggi segnano il punto più basso della sua popolarità. Arriva quando perfino una parte del suo partito inizia a guardarlo come si guarda un fardello. Arriva quando la scena mondiale mostra un’America più isolata che influente, più temuta che rispettata. Annunciare un Arco del Trionfo mentre tutto il resto crolla attorno è un gesto rivelatore: significa che la politica non gli basta più, che il consenso non risponde più, che la realtà non si piega più ai suoi proclami. È un tentativo di mettere in pietra ciò che non si riesce più a mantenere nella realtà.

Isolati dagli alleati storici

La storia è piena di questi momenti. I faraoni costruivano piramidi colossali quando il divino che incarnavano cominciava a incrinarsi. Gli imperatori romani innalzavano archi quando le loro legioni venivano respinte dalle frontiere. I regimi del Novecento riempivano le capitali di statue e viali monumentali mentre la povertà cresceva. Non è un caso: il ricorso alla monumentalità è sempre la confessione di una fragilità. Trump fa la stessa cosa. E lo fa proprio ora. E che cosa dovrebbe celebrare questo arco? Una vittoria politica? Non ne ha. Una stabilità interna? Non c’è. Un successo internazionale? Non pervenuto. Una leadership incontrastata nel suo partito? Neanche quella. A ben guardare, questo monumento non celebra nulla: maschera qualcosa. Maschera il crollo del consenso. Maschera l’irritazione crescente dei repubblicani che temono di essere trascinati in un abisso elettorale. Maschera un’America che con la sua politica muscolare e imprevedibile finisce per isolarsi dai partner storici. Maschera un leader che ha perso il passo, ma non la voglia di sembrare eterno. La verità è che quando un politico annuncia un monumento nell’ora del declino, il monumento non è più un simbolo: è un sintomo. Un tentativo di auto-rappresentarsi come grande mentre la grandezza gli scivola dalle mani. È l’ennesima prova che, al di là del clamore, Trump è diventato un uomo che corre dietro alla sua stessa immagine, che tenta disperatamente di esser ciò che non è più.

Un rischio e non una guida

La sua politica internazionale funziona così: un misto di ricatti, ultimatum, avvertimenti, minacce, un’idea di sovranità confusa con il solipsismo. Ma la potenza non è urlare più forte: è farsi ascoltare. E in questo gli Stati Uniti trumpiani falliscono. Gli alleati lo vedono come un rischio, non come una guida. I rivali lo vedono come un’opportunità, non come un ostacolo. La scena mondiale non è più un tavolo dove l’America detta le regole, ma una platea che guarda perplessa un leader che pretende rispetto mentre si isola da solo. Nel frattempo, negli Stati Uniti, i repubblicani moderati vedono l’elefante nella stanza: la sua presenza rischia di consegnare il Paese ai democratici per anni. I vecchi strateghi sussurrano che con lui si perde, che la base è stanca, che il mito non tiene più. Ma nessuno osa dirlo ad alta voce: temono lo scontro con la sua fanbase e con la macchina di comunicazione che ha costruito negli anni.

La discesa

E allora resta il monumento. L’Arco del Trionfo come ultimo tentativo di immortalità. La pietra al posto del consenso. La monumentalità al posto della politica. La grandiosità al posto dei risultati. È un antico vizio: quando gli uomini non sanno più governare il presente, iniziano a costruire per il futuro. Ma il futuro non si lascia ingannare dalle statue. E infatti la storia, che è più fedele della propaganda, ci ha insegnato che i monumenti sopravvivono ai loro autori, ma li sopravvivono come ammonimento, non come gloria. Rimane la pietra, non la grandezza. Rimane l’arco, non il trionfo. E così accadrà con l’arco trumpiano: se mai verrà costruito, rimarrà come una piramide fuori tempo massimo, un monumento alla paura del declino, non alla grandezza. Una prova di quanto un leader possa diventare prigioniero della propria immagine, fino al punto di tentare di scolpirla pur di non vederla svanire. Perché la verità è antica e semplice: un leader forte governa. Un leader fragile si celebra. E quando inizia a costruire archi, è già cominciata la sua discesa.

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