di Angelo Giorgianni

I Governi nazionali che si susseguono hanno tutti un elemento comune: bloccare l’autonomia legislativa della Regione siciliana
Ogni volta che la Sicilia prova ad esercitare una delle prerogative riconosciutele dallo Statuto speciale, lo Stato reagisce nello stesso modo: impugna. È accaduto decine di volte negli ultimi anni e continua ad accadere oggi. Cambiano i Governi, si alternano maggioranze di centrodestra e di centrosinistra, mutano i ministri e le coalizioni, ma una costante rimane immutata: quando la Regione Siciliana tenta di esercitare concretamente la propria autonomia legislativa, Roma interviene per ricondurla entro confini sempre più stretti.
L’ultima impugnativa romana è politica e non tecnica
L’ultima impugnativa riguarda la legge regionale che introduce l’incompatibilità tra gli incarichi di direttore generale, direttore sanitario e direttore amministrativo delle Aziende sanitarie e le cariche politiche negli enti locali. A prima vista potrebbe sembrare una questione tecnica. Non lo è affatto. È una questione che investe direttamente il significato stesso dell’Autonomia speciale siciliana e il rapporto tra lo Stato e una Regione che la Costituzione ha voluto dotare di uno Statuto avente valore di legge costituzionale. Ed è proprio questo il punto che sembra essere stato completamente rimosso dal dibattito politico nazionale. Lo Statuto della Regione Siciliana non è una gentile concessione dello Stato e precede nel tempo la Costituzione italiana. Non è un privilegio. Non è una norma che il Governo centrale può restringere o ampliare secondo convenienza politica. È parte integrante della Costituzione materiale della Repubblica. Eppure, da decenni, viene trattato come se fosse un fastidioso ostacolo all’accentramento dei poteri. Lo si celebra nelle ricorrenze ufficiali. Lo si ricorda nei discorsi istituzionali. Lo si invoca nelle campagne elettorali. Ma quando la Sicilia tenta di esercitare una competenza che ritiene propria, ecco puntualmente arrivare l’impugnativa.
Il copione già scritto: svuotare progressivamente lo Statuto siciliano
È un copione ormai scritto. Lo Stato non ha avuto il coraggio politico di modificare lo Statuto speciale. Ha scelto una strada molto più efficace: svuotarlo progressivamente. Non con una riforma costituzionale, ma attraverso un uso sempre più estensivo delle competenze esclusive dello Stato e un ricorso sistematico alla Corte costituzionale. Un’impugnativa dopo l’altra. Una sentenza dopo l’altra. Una competenza sottratta dopo l’altra. Così lo Statuto rimane formalmente intatto, ma sostanzialmente perde efficacia. È il modo più elegante per svuotare una legge costituzionale senza avere il coraggio di modificarla.
Lo Stato italiano continua a interpretare qualunque spazio di autonomia come una competenza da riassorbire
L’argomentazione utilizzata dal Governo appare, per molti aspetti, discutibile. La Regione non ha modificato il rapporto di lavoro dei direttori generali. Non ha inciso sull’ordinamento civile. Ha semplicemente introdotto un requisito di incompatibilità volto a separare la funzione politica dalla funzione gestionale. In altre parole, ha disciplinato l’organizzazione della propria amministrazione sanitaria. È difficile comprendere come una simile scelta possa essere considerata lesiva del principio del buon andamento della pubblica amministrazione previsto dall’articolo 97 della Costituzione. Semmai sembra perseguirlo. Separare la politica dalla gestione amministrativa costituisce uno dei principi fondamentali dello Stato moderno. Ed è ancora più difficile comprendere il richiamo agli articoli 3 e 81 della Costituzione. Una disciplina sulle incompatibilità non introduce discriminazioni arbitrarie e non produce, di per sé, squilibri di bilancio. Il vero problema, allora, sembra essere un altro: lo Stato continua a interpretare qualunque spazio di autonomia come una competenza da riassorbire.
Non c’è stata, da parte del Parlamento siciliano, la criminalizzazione della politica ma solo il tenttivo di costruire una barriera preventiva contro possibili conflitti di interesse
Ma vi è un ulteriore elemento che rende questa impugnativa ancora più incomprensibile. La norma contestata avrebbe potuto rappresentare una prima, sia pure timida, risposta legislativa a una questione che da anni accompagna la sanità siciliana. Per troppo tempo il sistema sanitario regionale è stato attraversato da vicende giudiziarie, inchieste, polemiche e controversie che hanno alimentato nell’opinione pubblica il convincimento che il confine tra politica e gestione amministrativa fosse spesso troppo debole. Naturalmente, il coinvolgimento in procedimenti giudiziari non equivale ad accertamento di responsabilità e ogni vicenda va valutata nel rispetto della presunzione di innocenza. Ma è altrettanto vero che il tema della permeabilità tra politica e amministrazione sanitaria è entrato stabilmente nel dibattito pubblico siciliano. In questo contesto, introdurre incompatibilità più rigorose non significava criminalizzare la politica. Significava tentare di rafforzare la credibilità delle istituzioni. Significava costruire una barriera preventiva contro possibili conflitti di interesse. Significava restituire ai cittadini la percezione di una sanità amministrata nell’interesse esclusivo della collettività. Se una simile scelta sia perfetta o migliorabile è materia di confronto parlamentare. Trasformarla immediatamente in una questione di illegittimità costituzionale appare, invece, una risposta sproporzionata.
Per la politica siciliana attuale, di maggioranza e di opposizione, l’Autonomia ha valore solo quando produce consenso
Ma esiste un aspetto ancora più inquietante: il silenzio. Il silenzio del Governo regionale. Il silenzio della maggioranza. Il silenzio di gran parte della rappresentanza parlamentare siciliana. Ed è un silenzio che pesa. Pesa perché arriva proprio mentre molti degli stessi protagonisti politici riempiono piazze, convegni e social network con solenni dichiarazioni in difesa dell’autonomia della Sicilia. L’Autonomia, evidentemente, diventa un valore soltanto quando produce consenso. Quando invece occorre difenderla davanti allo Stato, prevale la prudenza. O forse la convenienza. Così lo Statuto speciale viene trasformato in una bandiera elettorale da sventolare nelle campagne politiche e da riporre immediatamente nell’armadio quando Roma decide di impugnare una legge della Regione. È un comportamento che finisce per essere ancora più grave dell’impugnativa stessa. Perché se è comprensibile che lo Stato difenda, secondo la propria interpretazione, l’assetto delle competenze costituzionali, è molto meno comprensibile che siano proprio le istituzioni siciliane a rinunciare, quasi senza reagire, alla difesa delle proprie prerogative. Il silenzio istituzionale rischia di trasformarsi in una forma di acquiescenza. E l’acquiescenza, quando riguarda una legge costituzionale come lo Statuto siciliano, diventa una responsabilità politica che la storia difficilmente potrà assolvere.
Se non si difende lo Statuto siciliano quando viene direttamente messo in discussione, quando lo si difenderà?
La Corte costituzionale dirà se questa legge sia conforme o meno alla Costituzione. Ma esiste già oggi una domanda alla quale la politica siciliana dovrebbe rispondere. Se non si difende lo Statuto quando viene direttamente messo in discussione, quando lo si difenderà? Perché uno Statuto speciale che viene sistematicamente limitato dalle impugnative dello Stato e sistematicamente difeso soltanto a parole dalla politica siciliana rischia di diventare una Costituzione sospesa. Formalmente esistente. Sostanzialmente inapplicata. E una Costituzione che vive soltanto nei testi legislativi, ma non nei comportamenti delle istituzioni, è una Costituzione già sconfitta. La Sicilia non chiede privilegi. Chiede soltanto che lo Stato rispetti una legge costituzionale. E chiede, con la stessa forza, che i propri rappresentanti abbiano finalmente il coraggio di difenderla non con gli slogan, ma con gli atti, con le scelte e con la coerenza. Perché l’Autonomia non si proclama. Si esercita. E soprattutto si difende.








