Vaccinazioni e potere pubblico: giù le mani dai nostri bambini e dallo Stato di diritto

di Angelo Giorgianni

Una tragedia non può diventare il pretesto per semplificazioni e strumentalizzazioni

La morte di una bambina di quattro anni, dopo un’infezione da difterite, è innanzitutto una tragedia umana. Prima di ogni discussione politica, sanitaria o giuridica viene il rispetto per una vita spezzata e per il dolore della sua famiglia. Proprio per questo, una vicenda tanto drammatica non può diventare il pretesto per semplificazioni, strumentalizzazioni o sentenze anticipate. La verità dovrà emergere dagli accertamenti medico-legali, dalla documentazione clinica, dall’indagine epidemiologica e dalle eventuali responsabilità che la magistratura dovesse individuare. Nessuno dovrebbe avere interesse a stabilire preventivamente quale debba essere la conclusione.

Sulla base di quale norma la Regione siciliana sta intervenendo sulle famiglie dei bambini on vaccinati contro la difterite?

Eppure, mentre gli accertamenti sono ancora in corso, il dibattito pubblico sembra essersi concentrato quasi esclusivamente sulla mancata vaccinazione della bambina. E contemporaneamente, in Sicilia, le istituzioni sanitarie stanno annunciando un significativo irrigidimento delle procedure nei confronti delle famiglie. Prima Messina. Poi Palermo. E adesso la Regione. La domanda non è più soltanto che cosa stia accadendo nelle singole ASP. La domanda è se siamo di fronte a iniziative autonome oppure all’avvio di una strategia regionale destinata a uniformare le procedure in tutta la Sicilia. La Regione Siciliana ha annunciato misure per il recupero vaccinale della popolazione infantile, coinvolgendo ASP e pediatri e prevedendo il richiamo dei soggetti non in regola, la convocazione delle famiglie e ulteriori passaggi amministrativi in caso di mancato adempimento. L’assessore regionale alla Salute ha inoltre parlato pubblicamente di “azioni operative e coattive”. È proprio questa parola – coattive – che impone una domanda alla quale l’amministrazione deve rispondere con una norma, non con una conferenza stampa: QUAL È LA NORMA CHE VI AUTORIZZA A FARLO?

Nessuno può seriamente sostenere che un’amministrazione debba ignorare una legge dello Stato

Una convocazione è una cosa. Un’attività informativa è una cosa. L’offerta vaccinale è una cosa. L’accertamento dell’inadempimento è una cosa. L’applicazione delle sanzioni previste dalla legge è una cosa. Una vaccinazione coattiva è un’altra cosa. E questi piani non possono essere confusi. L’obbligo vaccinale previsto dalla legge esiste. Nessuno può seriamente sostenere che un’amministrazione debba ignorare una legge dello Stato. Ma proprio perché esiste una legge, deve essere applicata quella legge: non una sua interpretazione estensiva, non una prassi amministrativa, non una presunta “linea dura” costruita sull’onda dell’emozione.

L’amministrazione sanitaria non può trasformare una propria iniziativa organizzativa in una nuova forma di coercizione sanitaria

L’articolo 32 della Costituzione stabilisce un principio fondamentale: nessuno può essere sottoposto a un determinato trattamento sanitario se non in forza di una disposizione di legge. La Corte costituzionale ha riconosciuto la possibilità per il legislatore di imporre determinati obblighi vaccinali. Ma proprio questo rende ancora più importante distinguere ciò che la legge prevede da ciò che un’a mministrazione ritiene opportuno fare. Una circolare regionale non è una legge. Un protocollo non è una legge. Una direttiva assessoriale non è una legge. Un ordine di servizio non è una legge. E soprattutto l’emergenza non è una fonte autonoma di potere. Se l’ordinamento attribuisce alle ASP determinati poteri, le ASP li esercitino. Se la legge prevede sanzioni amministrative, vengano applicate. Se emerge una concreta fattispecie di reato, venga trasmessa la relativa notizia di reato alla magistratura. Ma l’amministrazione sanitaria non può trasformare una propria iniziativa organizzativa in una nuova forma di coercizione sanitaria.

La parte della legge Lorenzin sopressa in sede di conversione. Forse qualche ‘scienziato’ non lo sa…

C’è poi un punto sul quale, nel dibattito pubblico, è necessario ristabilire la verità giuridica. Si sente ripetere che l’ASP avrebbe l’obbligo di segnalare al Tribunale per i minorenni i genitori che non adempiono agli obblighi vaccinali. Se tale affermazione viene fondata sull’originario articolo 1, comma 5, del decreto-legge n. 73 del 2017, essa è giuridicamente superata. Quella disposizione prevedeva originariamente la segnalazione dell’inadempimento alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni. Ma quella disposizione è stata soppressa in sede di conversione. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 5 del 2018, ha dato conto della modifica.

Quando si incide sulla sfera dei cittadini, soprattutto quando sono coinvolti minori, la pubblica amministrazione deve indicare con precisione la fonte del proprio potere

Pertanto, non è corretto sostenere oggi che esista, sulla base di quella disposizione soppressa, un obbligo automatico dell’ASP di segnalare alla Procura minorile il semplice inadempimento vaccinale. Questo non significa che una segnalazione all’autorità giudiziaria sia sempre e comunque impossibile: se emerge una specifica fattispecie prevista dalla legge, l’autorità sanitaria dovrà comportarsi secondo quanto previsto dall’ordinamento. Ma è una cosa completamente diversa dal sostenere che il semplice mancato adempimento vaccinale comporti automaticamente una segnalazione alla Procura minorile sulla base di una norma che non è più vigente. E allora anche la formula utilizzata dalla Regione – “segnalazione all’autorità giudiziaria competente” – deve essere chiarita. Quale autorità? Per quale fattispecie? Sulla base di quale norma vigente? Con quale procedimento? Non basta evocare la Procura. Quando si incide sulla sfera dei cittadini, soprattutto quando sono coinvolti minori, la pubblica amministrazione deve indicare con precisione la fonte del proprio potere.

La Procura della Repubblica non è un ufficio dell’ASP

La Procura della Repubblica non è un ufficio dell’ASP. Non è uno strumento di pressione amministrativa. Non è la minaccia da agitare davanti a una famiglia per ottenere un comportamento che l’amministrazione considera preferibile. Il diritto penale richiede una fattispecie concreta prevista dalla legge, una condotta e tutti gli elementi oggettivi e soggettivi richiesti dalla specifica norma incriminatrice. Non esiste il reato di “essere no-vax”. L’etichetta “no-vax” non è una categoria giuridica. Il dissenso non è un reato. La critica alle politiche sanitarie non è un reato. La domanda scomoda non è un reato.

Il calvario della bambina e della sua famiglia si è consumata negli ospedali pubblici: cerchiamo di non dimenticarlo

Ma c’è un’altra ragione per cui questa vicenda impone prudenza. È il racconto della madre sul calvario vissuto dalla figlia durante il percorso ospedaliero. Non si tratta di una sentenza e non deve essere trasformato in un’accusa già provata. È, però, una versione dei fatti che merita di essere ascoltata e verificata, soprattutto perché riguarda direttamente la sequenza temporale degli accessi, delle valutazioni mediche, delle diagnosi e degli interventi effettuati. Secondo le ricostruzioni finora diffuse, la bambina fu portata per la prima volta al pronto soccorso dell’ospedale Cervello di Palermo il 13 agosto, con febbre, difficoltà ad alimentarsi e vomito. Fu dimessa con una diagnosi di tonsillite essudativa febbrile e con l’indicazione di tornare in caso di peggioramento. Due giorni dopo i genitori tornarono in ospedale perché la febbre non rispondeva alle cure e la bambina presentava un quadro di maggiore debilitazione, con rifiuto dell’alimentazione, ipostenia e iporeattività. Il giorno successivo fu intubata per insufficienza respiratoria e trasferita in terapia intensiva pediatrica.

La denuncia della famiglia

La madre ha contestato pubblicamente la ricostruzione secondo cui i genitori avrebbero semplicemente scambiato la difterite per una tonsillite. Ha parlato delle condizioni della figlia, delle visite ospedaliere e del percorso compiuto dalla bambina, sostenendo che la documentazione sanitaria possa consentire di ricostruire puntualmente quanto accaduto. I genitori hanno successivamente presentato una denuncia-querela chiedendo che vengano accertate eventuali responsabilità del personale sanitario. Le circostanze denunciate dalla famiglia, comprese eventuali diagnosi iniziali ritenute errate, cure ritenute inadeguate o decisioni cliniche contestate, dovranno naturalmente essere sottoposte alla verifica della magistratura. Non possono diventare una sentenza anticipata contro i medici, esattamente come la mancata vaccinazione non può diventare una sentenza anticipata contro i genitori.

Bisogna esaminare ogni passaggio del percorso sanitario e verificare se vi siano state omissioni, errori, ritardi o, al contrario, se tutto ciò che era possibile fare sia stato effettivamente fatto

Ma proprio qui emerge la questione fondamentale: se la magistratura sta esaminando anche il percorso assistenziale, la vicenda non può essere ridotta alla sola mancata vaccinazione. Bisogna accertare come sia avvenuto il contagio, ricostruire la catena epidemiologica, verificare i contatti, stabilire quando siano comparsi i primi sintomi, quali diagnosi siano state formulate, quali terapie siano state somministrate, quali decisioni siano state assunte e in quali tempi. Bisogna esaminare ogni passaggio del percorso sanitario e verificare se vi siano state omissioni, errori, ritardi o, al contrario, se tutto ciò che era possibile fare sia stato effettivamente fatto. Tutte le responsabilità devono essere accertate. Se esistono responsabilità dei genitori, dovranno essere accertate. Se esistono responsabilità sanitarie, dovranno essere accertate. Se non esistono responsabilità, dovrà essere altrettanto chiaramente affermato.

La verità non si costruisce scegliendo in anticipo il colpevole

La mancata vaccinazione è un elemento della vicenda. Il percorso sanitario è un altro elemento. La catena epidemiologica è un altro elemento ancora. Nessuno di questi profili può essere cancellato per rendere più semplice una narrazione pubblica. La verità non si costruisce scegliendo in anticipo il colpevole. La Regione ha istituito una task force per monitorare i casi di difterite e le coperture vaccinali. È una scelta comprensibile sul piano della prevenzione. Ma proprio per questo occorre mantenere distinti il piano sanitario e quello dell’esercizio del potere pubblico. Se non sussiste una situazione di emergenza, non può essere l’emergenza a diventare il fondamento implicito di poteri ulteriori. E anche quando un’emergenza esistesse realmente, essa non potrebbe comunque trasformarsi in una delega in bianco. L’emergenza può imporre rapidità. Può imporre misure straordinarie quando previste dall’ordinamento. Può richiedere un rafforzamento della prevenzione. Ma l’emergenza non crea da sola nuovi poteri. Questo principio dovrebbe essere scolpito nella coscienza di ogni amministratore pubblico.

La scienza non si fonda su censura, repressione e paura

Da anni, per le mie posizioni critiche sulle politiche vaccinali, sono stato definito un “leader no-vax”. Non mi sono mai riconosciuto in questa definizione. Mi sono sempre definito FREEVAX. Non contro i vaccini, dunque, ma contro l’idea che una posizione scientifica possa trasformarsi in un dogma politico o amministrativo. Sono favorevole alla prevenzione. Sono favorevole all’informazione sanitaria. Sono favorevole alla ricerca. Sono favorevole alla farmacovigilanza. Sono favorevole alla responsabilità di chi non rispetta la legge. Ma sono altrettanto favorevole alla libertà di porre domande, alla libertà della scienza di discutere e alla responsabilità delle istituzioni quando esercitano il potere. Se un’affermazione è scientificamente errata, la si confuti con studi e dati. Se una tesi è infondata, lo si dimostri. Se esistono rischi, li si quantifichi. Se esistono benefici, li si documenti. Questa è la forza della scienza. Non la censura. Non la delegittimazione. Non la paura.

Non si può reprimere il disenso. Anche tra i medici

L’esperienza Covid dovrebbe averci insegnato qualcosa. Abbiamo visto quanto rapidamente la paura possa trasformarsi in consenso verso limitazioni delle libertà. Abbiamo visto quanto spesso il dissenso possa essere liquidato con un’etichetta anziché affrontato nel merito. Non commettiamo lo stesso errore. Un medico che sbaglia deve rispondere del proprio errore. Un medico che viola consapevolmente i propri obblighi deve risponderne. Un professionista che diffonde informazioni false con conseguenze concretamente dannose deve essere sottoposto alle verifiche previste dall’ordina mento. Ma tutto deve essere accertato. Non può esistere una categoria di medici autorizzati a parlare e un’altra categoria di medici da mettere a tacere perché dissenzienti. Serve confronto. Serve trasparenza. Serve scienza. Non serve un tribunale del pensiero sanitario.

I vertici delle ASP debbono sapere dove finisce il loro potere

Il vero pericolo, infatti, non è soltanto l’abuso evidente. È la progressiva normalizzazione dell’eccezione. Oggi un’ASP richiama una famiglia. Domani fissa una data. Dopodomani introduce una procedura uniforme. Poi quella procedura diventa prassi. E ciò che era stato presentato come eccezionale diventa ordinario. È così che gli spazi di libertà possono restringersi: non necessariamente attraverso un unico grande atto, ma attraverso una successione di piccoli precedenti che vengono accettati perché ciascuno, preso isolatamente, sembra innocuo. Per questo ciò che sta accadendo in Sicilia merita attenzione nazionale. Non perché si debba impedire alle ASP di tutelare la salute pubblica. Al contrario. Le ASP devono fare il proprio lavoro: informare, prevenire, individuare i contatti, offrire le vaccinazioni, verificare gli inadempimenti, applicare le sanzioni previste dalla legge e segnalare alla magistratura le vere notizie di reato quando ne ricorrano i presupposti. Ma devono anche sapere dove finisce il loro potere.

La diffida contro ogni eventuale esercizio di poteri che non trovino una precisa base normativa

Ed è proprio per questo che l’Organizzazione Mondiale per la Vita ha deciso di formalizzare la propria posizione nei confronti dell’Assessorato regionale della Salute e delle ASP interessate. Non una diffida contro i vaccini. Non una diffida contro la prevenzione. Non una richiesta alle amministrazioni di ignorare la legge. Una diffida contro ogni eventuale esercizio di poteri che non trovino una precisa base normativa. Chiediamo di conoscere gli atti regionali. Chiediamo di conoscere le direttive impartite alle ASP. Chiediamo di conoscere cosa significhino concretamente le annunciate “azioni operative e coattive”. Chiediamo di conoscere quale norma autorizzi l’eventuale fissazione d’ufficio della data della vaccinazione. Chiediamo di conoscere quale norma vigente venga invocata per le eventuali segnalazioni all’autorità giudiziaria. E chiediamo che non venga utilizzata come fondamento l’originaria disposizione sulla segnalazione alla Procura minorile, perché quella disposizione è stata soppressa.

I poteri sui cittadini non si costruiscono attraverso le circolari

Se la norma esiste, la si indichi. Se il potere esiste, lo si dimostri. Se la procedura esiste, la si renda trasparente. Se si ritiene necessario un nuovo potere, lo si chieda al legislatore. Non lo si costruisca attraverso una circolare. “Giù le mani dai nostri bambini” non significa essere contro la vaccinazione. Significa ricordare alle istituzioni che, anche quando si agisce in nome della salute, il bambino rimane una persona titolare di diritti e non può diventare lo strumento attraverso il quale si costruiscono nuovi poteri amministrativi. I bambini meritano la migliore medicina possibile. Meritano prevenzione. Meritano cure tempestive. Meritano istituzioni efficienti. Meritano genitori informati. Meritano medici liberi di discutere. Meritano una scienza libera dal conformismo. E meritano soprattutto che, quando accade una tragedia, si cerchi la verità senza costruire preventivamente un colpevole.

La tutela della salute pubblica e lo Stato di diritto non sono valori contrapposti

La morte di Anna Rosa deve produrre verità, non propaganda. Deve produrre responsabilità, se responsabilità emergeranno, non capri espiatori. Deve produrre una sanità più efficiente, non un’amministrazione più potente. Deve produrre più prevenzione, non meno diritto. Perché la tutela della salute pubblica e lo Stato di diritto non sono valori contrapposti. La vera sfida è difenderli contemporaneamente. Oggi il confine riguarda le vaccinazioni. Domani potrebbe riguardare un altro trattamento sanitario. Dopodomani un’altra emergenza. E quando il precedente sarà stato consolidato, sarà molto più difficile tornare indietro.

Gli obblighi di legge vanno rispettati. Da tutti

Da Messina a Palermo, dalla Regione alle ASP, la domanda deve quindi rimanere una sola: QUAL È LA NORMA CHE VI AUTORIZZA A FARLO? La salute pubblica va difesa. I bambini vanno protetti. La prevenzione va rafforzata. Gli obblighi di legge vanno rispettati. Ma tutto questo deve avvenire dentro la Costituzione, dentro la legge e dentro un confronto scientifico libero e trasparente. Non oltre la legge. Non oltre la Costituzione. Non oltre lo Stato di diritto.

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