
Rilancio un passo di un articolo che ho pubblicato nel Luglio del 2022
Ricordate cosa ci dicevano i protagonisti del ‘vaccino’ contro il Covid nel 2021? Che questo vaccino ci proteggeva contro la malattia. In altre parrola, se il virus ci colpiva non finivamo in ospedale. Oggi ripropongo un passo di un articolo che ho pubblicato nel Luglio del 2021 su I Nuovi Vespri. Tra gli argomenti che vengono trattati c’è la malatia di Marek. E’ un argomento importante che, a nostro modesto avviso, dovrebbe essere oggetto di un approfondimento da parte della Commissione parlamentare d’inchiesta che indaga sulla gestione del Covid in Italia. Leggiamo insieme questo passo:
La testimonianza di Marco Lo Dico, veterinario, specialista in Malattie Infettive, Profilassi e Polizia Veterinaria
“C’è anche un altro aspetto, tipico di questi vaccini anti-Covid che proteggono o dovrebbero proteggere dalla malattia ma non dall’infezione (nello scritto, correttamente, si evidenzia il fatto che chi entra in contatto con la variante Delta prende il raffreddore: cosa possibile). Tale aspetto è stato segnalato da Marco Lo Dico, veterinario, specialista in Malattie Infettive, Profilassi e Polizia Veterinaria: “Normalmente un patogeno che circola in natura convivendo con il suo ospite – dice Lo Dico – attenua la sua virulenza adattandosi all’ospite. Per le varianti che si selezionano sotto pressione vaccinale, con vaccini che non proteggano dall’infezione, può essere il contrario… Ci sono numerosi lavori in medicina veterinaria che lo dimostrano! La pressione selettiva di vaccini che proteggono dalla malattia, ma non dall’infezione può causare un adattamento inverso. Nell’adattamento naturale i più fragili e i virus più patogeni divengono un limite alla diffusione del virus. Il soggetto morto esaurisce in sé la diffusione del virus, come il ceppo più virulento uccide l’ospite, ma anche se stesso riducendo la sua possibilità di circolare nella popolazione. Nei vaccini che non proteggono dall’infezione, invece, i soggetti vaccinati sono protetti dalla malattia o comunque fanno forme ‘frustre’ e meno gravi, ma consentono la circolazione del virus e, continuando a circolare senza esaurirsi nell’ospite, possono favorire la selezione di varianti più virulente. Non è un dogma, ma una probabilità. Probabilità che è evidente ed evidenziata in forme epidemiche in veterinaria e confermata da studi in medicina veterinaria, che in ambito virologico sono, per ovvi motivi, più completi di quanto possa avvenire in medicina umana”.
Chi propinava i ‘vaccini’ contro il Covid era al corrente di questa evidenza scientifica?
E ancora: “Studi sulla possibilità che una pressione vaccinale con un vaccino che non previene dall’infezione e che quindi possa contribuire all’insorgenza di forme più virulente sono stati effettuati e sono ben noti da tempo. Un esempio può essere la malattia di Marek nei polli, patologia che determina danni economici ingenti quando entra in un pollaio. Ebbene, l’uso di vaccini che proteggono dalla malattia e non dall’infezione utilizzati in massa nei pollai ha evidenziato la selezione di ceppi sempre più virulenti. La mia non è una ipotesi, ma una evidenza scientifica conosciuta da chi conosce le malattie infettive. Spesso, sentendo parlare alcuni esperti infettivologi umani dubito che le conoscano o, se le conoscono, fanno finta di non conoscerle. Non so se sono riuscito a illustrare il fenomeno, ma i dati scientifici in altre circostanze hanno dimostrato questo e, nel rispetto del principio di precauzione, se ne dovrebbe tenere conto”.







