Con gli attacchi alle navi petroliere e gasiere nel Mar Rosso si punta a far esplodere l’inflazione in Europa. Crisi in arrivo per i porti di Genova e Trieste?

L’obiettivo di questo nuovo fronte di guerra è costringere le navi petroliere, le navi gasiere (sono le navi che trasportano gas liquefatto) e, in generale, tutte le navi commerciali dirette in Europa ad allungare il tragitto passando dal Capo di Buona Speranza, facendo schizzare all’insù i prezzi di petrolio, gas liquefatto e altri prodotti

Voi state mettendo a ferro e fuoco la Striscia di Gaza? E noi adesso ‘incasiniamo’ il Mar Rosso, provando a bloccare l’accesso delle navi mercantili nel Canale di Suez. Per percorrere il Canale di Suez, direzione Mar Mediterraneo, le navi mercantili debbono passare dallo Stretto di Bab al-Mandab (foto sopra tratta da Remocontro). Ed è lì che si sta concentrando’ il ‘gran bordello’. Chi si sta incaricando di attaccare le navi commerciali dirette in Europa sono i ribelli Houthi, un gruppo armato prevalentemente sciita zaydita dello Yemen. I ribelli hanno cominciato ad attaccare le navi commerciali occidentali, per ora solo con bombe e droni. Dietro i ribelli Houthi ci sarebbe l’Iran. In realtà, la questione è molto più complessa, perché l’Iran è un Paese alleato della Russia e, di conseguenza, anche della Cina. L’obiettivo è costringere le navi petroliere, le navi gasiere (sono le navi che trasportano gas liquefatto) e, in generale, tutte le navi commerciali dirette in Europa ad allungare il tragitto passando dal Capo di Buona Speranza. In questo modo le navi, per arrivare in Europa, impiegherebbero dieci giorni di navigazione in più, con un pesante aggravio dei costi. In queste ore gli occidentali- con in testa gli Stati Uniti d’America – stanno militarizzando lo Stretto di Stretto di Bab al-Mandab. Com’è nel costume occidentale, questi signori pensano di risolvere tutto con le armi. Fino a questo momento hanno inviato navi da guerra Stati Uniti, Bahrein, Canada, Regno Unito, Francia, Spagna, Paesi Bassi, Seychelles, Norvegia e Italia. Un articolo de Il Giornale illustra le navi da guerra arrivate in queste ore nello Stretto di Bab al-Mandab.

La militarizzazione occidentale del Mar Rosso e, in particolare, dello Stretto di Bab al-Mandab servirà a qualcosa? Sì, a fare incazzare ancora di più il mondo arabo e a peggiorare la situazione

Problema risolto? Sembrerebbe di no. Perché i proprietari delle navi commerciali – soprattutto le petroliere e le navi gasiere che potrebbero esplodere se bombardate – non sembrano molto convinti di percorrere un teatro di guerra. Tant’è vero che alcune navi hanno già optato per il lungo giro, passando da Capo di Buona Speranza. I titolari di tali navi hanno deciso di non rischiare e di accollarsi dieci giorni di navigazione in più nel nome della sicurezza. In più, particolare tutt’altro che secondario, risparmiano sulle polizze assicurative il cui costo è schizzato all’insù da quando i ribelli Houthi (foto sopra tratta da Il Fatto Quotidiano) hanno cominciato a incasinare lo Stretto di Bab al-Mandab. Del resto, non è un problema degli armatori, che riverseranno i maggiori costi di trasporto di petrolio e gas (ma anche di altri prodotti) sugli acquirenti, cioè per lo più sui Paesi dell’Unione europea. Non c’è bisogno di essere economisti per capire che questa manovra punta a far crescere l’inflazione, non tanto negli Stati Uniti d’America, Paese che non ha problemi di petrolio e gas, quanto nell’Unione europea, che non possiede né petrolio, né gas. Non a caso, come già ricordato, i Governi di Francia, Spagna, Regno Unito, Paesi Bassi, Norvegia e Italia hanno inviato subito navi da guerra per combattere – perché di questo si tratta – in un territorio ‘nemico’. Con i venditori di idrocarburi che sono ben felici del probabile aumento dei prezzi di petrolio e gas. Da analizzare bene la posizione degli Stati Uniti che – è inutile nasconderlo – ha tutto da guadagnare da un aumento del prezzo del gas liquido, dal momento che lo vende a un prezzo già ‘salato’ ad alcuni Paesi dell’Unione europea.

La possibile chiusura del Canale di Suez alle navi petroliere e gasiere che effetti provocherà nei porti italiani?

Insomma, la storia è complicata, molto più complicata di quanto appare. Un elemento appare comunque chiaro: i Paesi del Medio Oriente, i Paesi dell’Africa e i grandi produttori di petrolio e gas del mondo arabo si sono rotti i cabbasisi dell’Occidente. Oggi questi Paesi sono quasi tutti alleati di Cina e Russia. Intanto hanno aperto un terzo fronte di guerra che coinvolge l’Occidente, già impegnato nelle guerre di Ucraina e Gaza. E ora hanno lanciato la sfida sul Canale di Suez (foto sopra tratta da Africa Rivista). Far passare navi petroliere e gasiere dal Canale di Suez che non è controllato dagli occidentali sembra un grande azzardo e richiede un grande sforzo bellico. Solo che sforzo bellico significa anche sforzo economico, soprattutto per una demenziale Unione europea che, per favorire la Germania e i suoi alleati, ha inventato una moneta a credito che oggi complica tutto. La sensazione è che l’Unione europea, ancora una volta, sta dimostrando di essere governata da dilettanti allo sbaraglio dediti solo agli affari per pochi. In più, bisognerà capire che cosa succederà nei porti europei se, com’è probabile, le navi commerciali decideranno di allungare i tempi di navigazione passando dal Capo di Buona Speranza. Ci saranno porti europei penalizzati? Di certo tali eventuali penalizzazioni non colpiranno i porti siciliani e, in generale, i porti del Sud già penalizzati dai porti di Genova e Trieste e in generale dall’Italia. Insomma, a noi meridionali, almeno per quanto riguarda i porti, della crisi del Mar Rosso non ce ne può fregare di meno.

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